Siamo certi solo del nostro pensiero
La nostra conoscenza è inevitabilmente inficiata dalla presenza di un dubbio radicale: nessuno può essere certo della esistenza di null’altro che il proprio pensiero.
Questo dubbio, se espresso radicalmente, limita immediatamente la nostra possibilità di conoscere altro che noi stessi, e di noi null’altro che l’esistenza del nostro pensiero cosciente.
Ogni altra conoscenza, anche quella meramente sensibile, avviene infatti solo nel nostro pensiero, e nella forma propria del pensiero, e non differirebbe da quella di un sogno.
Come Cartesio vince il dubbio radicale
Cartesio supera questo dubbio attraverso la certezza dell’esistenza di Dio, che secondo lui possiamo acquisire attraverso una meditazione interiore che prescinda da alcuna altra cosa all’infuori del nostro pensiero, attraverso una particolare riedizione della prova ontologica di Anselmo. Ma la prova di Cartesio è debole, perché si basa sull’asserto che, se Dio è perfetto, come la Ragione ci prova, non può essere ingannatore.
Ma se la perfezione di Dio consistesse anche nell’essere un perfetto ingannatore, questa nostra convinzione non sarebbe che frutto del suo inganno!
In primis enim agnosco fieri non posse ut ille me unquam fallat; in omni enim fallacia vel deceptione aliquid inperfectionis reperitur; & quamvis posse fallere, nonnullam esse videatur acuminis aut potentiae argumentum, proculdubio velle fallere, vel malitiam vel imbecillitatem testatur, nec proinde in Deum cadit.
(Innanzitutto riconosco infatti che non può mai avvenire che egli [Dio] mi inganni; infatti in ogni inganno o fallacia si trova un che di imperfetto; e per quanto poter ingannare sembra essere un qualche segno di acume o di potenza, non c’è dubbio che voler ingannare attesta o malizia o debolezza, e di conseguenza in Dio non può aver luogo).
Cartesio, Meditazioni metafisiche, IV, 60-61, Rusconi, Milano 1998, pp. 218-219.
Volontà, Fede e buon senso contro il dubbio radicale
Il dubbio radicale può venir affrontato unicamente con un atto di volontà, o meglio di fede, senza il quale non se ne può uscire. Normalmente ci basta il comune buon senso e la ripugnanza verso un’opinione così contraria al credere immediato.
Gli scettici di ogni tendenza fanno sempre riferimento a questo dubbio, ma con aspetti diversi. I più onesti infatti lo accampano subito, e mettono in dubbio ogni possibilità di conoscenza. Generalmente contro questo scetticismo vince il nostro generico “buon senso”, che ci spinge a negare immediatamente valore ad un pensiero che vedrebbe falsa ogni altra cosa all’infuori di noi stessi.
Forme subdole del dubbio radicale
Ma un modo più subdolo di utilizzo del dubbio radicale è quello di presentarlo più avanti nel cammino della conoscenza, per negare non l’intera possibilità di conoscere, ma qualche particolare aspetto di questo. Così Hume nega la validità del concetto di causa, e Kant la capacità della Ragion Pura di parlare di metafisica.
Ma entrambi poi ricadono in realtà nel dubbio radicale, non appena si accorgono che i motivi del loro dubitare sono inevitabilmente allargabili ad ogni cosa.
Hume finisce col dubitare di ogni possibilità del conoscere umano, e Kant attribuisce alla Ragion Pura l’incapacità di affermare, assieme all’esistenza di Dio, anche quella del mondo.
…la prima obiezione filosofica all’evidenza dei sensi o all’opinione dell’esistenza di oggetti esterni consiste in questo, che una tale opinione, se fondata sull’istinto naturale, è contraria alla ragione, e se riferita alla ragione, è contraria all’istinto naturale, e non reca con sé alcuna evidenza razionale…
D.Hume, Ricerca sull’intelletto umano, Laterza, Bari 96, p. 245.
La ragione non può conoscere Dio, ma nemmeno la vera realtà di ciò che ci circonda, che diviene una mera costruzione mentale.
Questo aspetto sfugge alla maggior parte dei kantiani di comodo, che lo usano per negare validità alla sola Religione.
Kant trova nella Ragion Pratica, altro nome della Fede, la soluzione a questo dubbio, ma a me importava sottolineare che questo non è in realtà che una ripresentazione del dubbio radicale di Cartesio, in una fase più avanzata del cammino della conoscenza.
Il dubbio contro le certezze immediate
Il dubbio radicale viene utilizzato per negare la realtà alle certezze più immediate: non solo il concetto di causa, ma subito dopo la Libertà, ed addirittura la certezza dell’Io.
In particolare contro l’Io si scaglia prima Hume e poi i positivisti, senza notare che questa è la nozione più immediata e diretta, universale e certa che l’uomo possa avere. Negare l’Io, così come Causa e Libertà, significa negare ogni ulteriore possibilità di conoscere e ragionare, e quindi la validità stessa del ragionamento negatore.
Hume, lo scettico, la [l’identità personale] confuta e fa di ogni uomo “una collezione o fascio di percezioni, che si succedono l’una all’altra con inconcepibile rapidità” (Treatise of Human Nature, I,4,6).
J.L.Borges, Tutte le opere, I MERIDIANI, volume primo, Milano 1984, p. 1075.
Ed infatti gli stessi negatori non possono, nel loro comportamento pratico, prescindere dai concetti cui vogliono negare validità. Per di più, essi scrivono libri, tengono conferenze, cercano in ogni modo di convincere gli altri delle loro ragioni: ma di che ragioni cercano di convincerci, se essi non sono liberi di sostenerle, né noi di lasciarci convincere?
Ci sono poi i libertari, che invocano ogni libertà e licenza, senza essere loro liberi di chiedere, e gli altri di concedere: si agitano con la stessa forza logica della banderuola in cima al campanile, scossa dai venti e puntante or qua, or là.
Aristotele deride i sostenitori del dubbio radicale, cioè gli scettici, facendo appunto notare come essi non sanno poi applicare ciò che sostengono al loro vivere pratico:
Ed infatti, perché colui che ragiona in quel modo va veramente a Megara e non se ne sta a casa tranquillo, accontentandosi semplicemente di pensare di andarci?
E perché, al momento buono, quando capiti, non va di filato in un pozzo o in un precipizio, ma se ne guarda bene, come se fosse convinto che il cadervi dentro non sia affatto cosa egualmente non buona e buona?
Aristotele, Metafisica, IV, 1008b, 15, Rusconi, Milano 1998, pp. 159-160.