Redenzione come risarcimento
Il Verbo redime l’uomo incarnandosi e morendo sulla Croce. In tal modo risolleva l’uomo dal baratro in cui si è gettato con il peccato originale.
Questo fatto viene normalmente interpretato in questo modo:
L’offesa infinita (in quanto rivolta all’Essere infinito) recata a Dio da parte dell’uomo, abbisogna di un sacrificio infinito per poter essere perdonata. Il sacrificio sulla Croce è visto come una espiazione dei peccati, assunta su di sé dal Figlio, che induce Dio Padre al perdono.
Questa interpretazione viene bollata da non credenti come barbara e legata alle abitudini di popolazioni beduine, che sacrificavano animali a Dio come offerta propiziatoria od espiatoria.
In effetti, questo Padre che ha bisogno della morte del Figlio per sentirsi soddisfatto urta contro la nostra sensibilità di persone ben educate.
Anche una interpretazione che veda Dio Padre impietosito di fronte alle sofferenze del Figlio, e quindi indotto al perdono, sembra un poco semplicistica ed umanizzata.
Redenzione come elevazione dell’uomo a Dio da parte di Gesù
Io penso piuttosto che la sola Incarnazione è di per sé il Fatto della Redenzione: Dio, facendosi Uomo risolleva l’Umanità a Se stesso, divinizzandola, o meglio, recuperandone la divinità perduta.
La Sofferenza e la Morte di Cristo sono l’atto conclusivo e decisivo, in quanto rappresentano la totale accettazione della natura umana, nella sua interezza.
Il peccato originale
La colpa originale, che rende necessaria la Redenzione, non è un fatto storico, ma metafisico; qualche cosa legata alla nostra Libertà noumenica, cioè al di fuori dal tempo e dallo spazio, fuori da questo mondo. Uno Spirito angelico, l’Uomo, ha commesso un peccato di superbia e disobbedienza: forse lo stesso voler discendere in questa realtà per dominarla? Se è così, Dio ci ha rincorsi per riportarci a Sé.
Molti vedono nel peccato originale un significato sessuale, senza in realtà alcun motivo che l’ignoranza dei testi sacri. Chateaubriand pensa invece alla Scienza:
…l’uomo perduto per aver gustato il frutto della scienza…
F.R. de Chateaubriand, Genio del Cristianesimo, I, III, II, vol. I, UTET, Torino 1949, pp. 107-108.
(Non sono d’accordo: Dio dice espressamente all’Uomo che può mangiare da tutti gli alberi del Giardino, e che gli è preclusa solo la Conoscenza del Bene e del Male: mangiare dall’albero proibito significa voler dominare il Bene ed il Male, volerli determinare e definire da solo, rifiutando la determinazione divina: è il credersi capace di stabilire da solo cosa è Bene e cosa è Male che ha perduto e perde tuttora l’Uomo – nota extra libro)
Il Magistero parla solo di atto di superbia e disobbedienza.
L’uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nel suo Creatore e, disobbedendoGli, ha voluto diventare “come Dio” senza Dio, e non secondo Dio…
Il peccato originale…è una condizione di nascita, e non un atto personale.
Catechismo della Chiesa Cattolica, Compendio, 75-76, Città del Vaticano 2005, p. 34.
Resta il fatto che la nostra presenza sulla terra è legata alla perdita del nostro legame diretto con Dio: e Dio si incarna per ripristinare questo legame.
L’opinione di Hegel
Ecco il pensiero di Hegel sulla Redenzione:
Ora, [la personalità sensibile di Cristo] è appunto l’oggetto immediato della fede cristiana. In questa presenza Cristo ha rivelato oralmente ai suoi discepoli la propria natura eterna e la propria missione, e cioè: la riconciliazione di Dio con se stesso e degli uomini con Dio, l’ordine della salvezza e la dottrina etica.
G.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Premessa alla terza edizione, Rusconi, Milano 1996, p. 79
Riconciliazione di Dio con se stesso: cioè con il Figlio fattosi Uomo, con la parte divina dell’Uomo.
Altrove Hegel dirà che l’Incarnazione è la Rivelazione sensibile che Dio si è fatto Uomo, non solo in Cristo, ma anche in ogni uomo.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica
Nel catechismo, sia nella edizione integrale del 1992, sia in quella in Compendio, del 2005, non trovo uno specifico articolo sulla Redenzione (!), anche se vi sono moltissimi richiami.
Cito i due passi che, mi sembra, illustrino meglio la posizione del Magistero.
Tutta la vita di Cristo è Mistero di Redenzione. La Redenzione è frutto innanzi tutto del sangue della croce, ma questo Mistero opera nell’intera vita di Cristo: già nella sua Incarnazione, per la quale, facendosi povero, ci ha arricchiti con la sua povertà; nella sua vita nascosta che, con la sua sottomissione, ripara la nostra insubordinazione; nella sua parola che purifica i suoi ascoltatori; nelle guarigioni e negli esorcismi che opera, mediante i quali “ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie”; nella sua Risurrezione, con la quale ci giustifica.
Catechismo della Chiesa Cattolica, 516, Edizioni Vaticane 1992, p. 142.
In questo articolo si sottolinea l’azione salvifica dell’intera Incarnazione, dimenticandosi però, per la solita retorica pauperistica, del significato più grande: “nella sua Incarnazione, facendosi Uomo, ci ha arricchiti con la sua Umanità”
La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini … e il sacrificio della Nuova Alleanza che di nuovo mette l’uomo in comunione con Dio riconciliandolo con lui mediante il sangue “versato per molti in remissione dei peccati”
Questo sacrificio di Cristo è unico e supera tutti i sacrifici. Esso è innanzi tutto un dono dello stesso Dio Padre che consegna il Figlio suo per riconciliare noi con lui. Nel medesimo tempo è offerta del Figlio di Dio fatto uomo che, liberamente e per amore, offre la propria vita al Padre suo nello Spirito Santo per riparare la nostra disobbedienza.
Catechismo della Chiesa Cattolica, 613-614, Edizioni Vaticane 1992, pp. 170-171.
La menzione continua al “sacrificio” può indurci a pensare ancora all’interpretazione espiatoria dell’offerta della vita del Figlio. Ma sicuramente l’Incarnazione e la Morte del Figlio sono un Sacrificio infinito da parte di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, ed è nell’accettazione della Morte e del Dolore conseguente, che la Redenzione trova il suo pieno compimento, compiendosi totalmente l’Umanizzazione del Verbo, e quindi la ri-elevazione dell’umanità a Dio.
Significato del sacrificio
Il sacrificio, i digiuni, le rinunce, l’accettazione della sofferenza, non servono a Dio. Egli non ha bisogno di questi doni, con i quali molti pensano di ingraziarselo. Il sacrificio serve a noi, ad aumentare l’indipendenza del nostro spirito dalle cose materiali e terrene, a compensare, dentro di noi e per la nostra gratificazione, le troppe volte in cui ci siamo lasciati dominare dalla materia, e ancor di più dall’invidia, dalla malevolenza o addirittura dall’odio che la dipendenza dalla materia suscita.
Questo sentimento di autopurificazione è così forte nell’uomo, che Socrate, nel Gorgia afferma:
…coloro che sfuggono alla giustizia… badano solo al dolore che essa comporta, non vedono l’utilità, e non sanno quanto sia più sciagurato vivere con un’anima non sana, ma guasta, ingiusta ed empia, che non vivere con un corpo non sano.
..costoro si sono comportati come colui che, colpito dalle più grandi malattie, facesse in modo da non rendere conto ai medici dell’infermità del suo corpo e di non essere curato, avendo paura, come un bambino, di essere tagliato e cauterizzato, perché questo produce dolore.
…se poi avrà commesso ingiustizia, dovrà recarsi, di propria volontà, là dove al più presto potrà scontare la pena; cioè dovrà andare dal giudice come dal medico, e dovrà andare presto, affinché la malattia dell’ingiustizia, diventata cronica, non renda l’anima malata dentro ed inguaribile.
Platone, Gorgia, 480 B, Rusconi, Milano 1998, pp. 171 – 169 – 173.
Dio accetta e gradisce il nostro sacrificio, in quanto personalmente interessato alla nostra salvezza, in quanto esso è una tappa indispensabile al nostro spirito per tornare a Lui.
In questo senso possiamo pensare che il Suo Sacrificio innalzi a tal punto l’Uomo da redimere l’Umanità intera: Dio non vuole il nostro sacrificio per calmare la Sua ira, ma perché noi siamo innalzati a Lui.
Ecco un brano di Chateaubriand sul significato del sacrificio cristiano:
La colpa originaria della creatura verso il Creatore è riconosciuta da una tradizione primigenia ed universale. Tutti i popoli hanno pertanto cercato di placare il cielo; tutti hanno creduto necessaria una vittima espiatoria; tutti ne furono così persuasi che cominciarono con l’offrire l’uomo stesso in olocausto alla Divinità; e fu il selvaggio che primo ebbe ricorso a tale terribile forma di sacrificio, appunto perché, per la sua natura, più vicino alla sentenza originaria, che esigeva la morte dell’uomo.
Alle vittime umane si sostituì in seguito il sangue degli animali; ma nelle grandi calamità si ritornava all’antica consuetudine: gli oracoli rivendicano, in olocausto, persino i figli del re: la figlia di Jefte, Isacco, Ifigenia, furono reclamati dal cielo: Curzio e Codro si sacrificarono volentieri, per Roma e per Atene.
Tuttavia i sacrifici umani furono i primi ad essere aboliti, perché appartenenti a quello stato di natura in cui l’uomo è ancora quasi esclusivamente un essere fisico. Si continuò invece a lungo ad immolare animali; ma quando le società umane cominciarono ad essere più mature ed a riflettere sull’ordine delle cose divine, si accorsero della insufficienza del sacrificio materiale, e compresero che il sangue dei tori e delle giovenche non poteva riscattare un essere intelligente e capace di virtù. Si cercò allora un’ostia più degna della natura umana. Già i filosofi insegnavano, che gli Dei non si lasciano commuovere dalle ecatombe, ed accettavano solo l’offerta di un cuore pentito: e Gesù venne a confermare con la sua parola queste intuizioni vaghe della ragione.
L’Agnello mistico, immolato per la salvezza universale, sostituì il biblico primo nato delle pecore; ed alla immolazione dell’uomo fisico fu per sempre sostituita l’immolazione delle passioni, cioè il sacrificio dell’uomo morale.
F.R. de Chateaubriand, Genio del Cristianesimo, IV, I, V, UTET, vol. II, Torino 1949, pp. 124-125.