de mundi: breve storia dell’Idealismo

L’Idealismo ha origine nel momento stesso in cui l’uomo si accorge del primato del Pensiero sulla Materia. Questo passo fondamentale egli lo sottolinea attribuendo all’Essere superiore, cioè Dio, una realtà unicamente spirituale. Tralascio volutamente la storia dell’ebraismo, per mantenermi nel solco del pensiero filosofico, laico nel senso più nobile della parola, e concordando con l’opinione di Giustino, che la Rivelazione ci è giunta attraverso i Profeti ed i Filosofi.

 

Senofane di Colofone.

Il primo pensatore, di cui abbiamo traccia, che giunge ad una idea totalmente spirituale di Dio, fu Senofane di Colofone. Nato in Asia minore, nel 545 a.C., egli fuggì di fronte all’occupazione persiana della sua città, è vagò profugo per tutta la vita. Fu particolarmente attivo in Italia, dove fu maestro di Parmenide di Elea, l’iniziatore della grande scuola che prende il nome da quella città, e che dà inizio al pensiero idealista.

Ecco come egli dipinge Dio, diverso dagli dei tradizionali antropomorfi e intrisi di materia:

Uno, Dio tra gli dei e tra gli uomini il più grande.

Né per aspetto simile ai mortali, né per intelligenza.

Sempre nell’identico luogo permane senza muoversi per nulla,

né gli si addice recarsi or qui or là.

Ma senza fatica con la forza del pensiero tutto scuote.

Tutto intiero vede, tutto intiero pensa, tutto intiero ode.

da J.K. Popper, Il mondo di Parmenide, Piemme, Asti 1998, p. 41.

 

Notiamo che l’antropomorfismo che Senofane critica, si ferma alla sola materia; infatti il suo Dio vede, pensa ed ode come i mortali: il Pensiero accomuna uomini e Dio (è infatti evidente che il vedere ed il sentire di cui parla sono attività solo mentali).

 

Parmenide di Elea

Parmenide nasce ad Elea, oggi Velia, in Lucania, verso il 540 a.C.

Già agli albori del pensiero filosofico, Parmenide si accorge che la realtà presentataci dai sensi ci inganna: spazio e tempo sono entità razionalmente impossibili a spiegare.

L’Essere è uno, fuori dal tempo e dallo spazio (non è soggetto al divenire e non è divisibile). Ma anche ciò che ci appare, non è mero inganno, ma così esso deve essere, in quanto forma reale dell’apparire dell’Essere.

Parmenide è quindi il primo che distingue e teorizza l’esistenza, accanto al Fenomeno, cioè ciò che ci appare, di un Noumeno (i termini sono quelli kantiani) totalmente differente.

Bisogna che tu tutto apprenda

E il solido cuore della Verità ben rotonda

E le opinioni dei mortali, nelle quali non c’è una vera certezza.

Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono

Bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso

Parmenide, Sulla Natura, fr. 1, 28-32, Rusconi, Milano 1998, p. 43.

 

O in un’altra, più felice, traduzione:

….l’esistenza delle apparenze è necessario ammetta

chi in tutti i sensi indaga

G.Reale e D.Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, II, Brescia 1977¹³, p. 33.

Ma qual è la natura del vero Essere? Esso è materia o pensiero? Qui le opinioni dei commentatori si dividono.

Sentiamo prima Parmenide:

to gar auto noein estin te kai einai

Infatti lo stesso è pensare ed essere

Parmenide, Sulla Natura, fr. 3,  Rusconi, Milano 1998, pp. 44-45.

 

Considera come le cose che pur sono assenti, alla mente siano saldamente presenti

Infatti non potrai recidere l’essere dal suo essere congiunto con l’essere…

Parmenide, Sulla Natura, fr. 4,  Rusconi, Milano 1998, p. 47.

 

A me sembra evidente che l’Essere Parmenideo non possa essere che Pensiero, uno, completo, immutabile, esattamente così come appariva il Dio del suo maestro Senofane  e come sarà il Dio di Aristotele.

L’apparire, la Natura sono fenomeno realmente causato da questo Essere-Pensiero.

Ma la difficoltà a comprendere l’idealismo, induce ad esempio Popper ad interpretare Parmenide in modo materialista, sostenendo che egli dica cose assolutamente insensate e contrarie ad ogni apparenza, rendendo tra l’altro assolutamente incomprensibile la seconda parte del testo di Parmenide, là dove egli parla della natura così come essa appare.

La seconda verità afferma che il vero mondo è pieno: è un blocco sferico di materia densa. (Parmenide è un materialista che crede nel potere del puro pensiero). Il che implica che in questo mondo non vi può essere alcun movimento. Non accade mai nulla.

Ciò che turba nel poema di Parmenide non è che la dea dichiari che il nostro mondo umano dell’esperienza sia falso ed illusorio, bensì che lei stessa riveli, e sostenga che sia vera -fornendone anche le prove!- una teoria della realtà che deve sembrare inaccettabile e addirittura pazzesca ad ogni persona dotata di buon senso.

K.R. Popper, Il mondo di Parmenide, Piemme, Asti 1998, p. 107.

In modo antitetico a Popper si esprime un grande scienziato e fisico contemporaneo, Erwin Schrödinger:

Al contrario, l’atteggiamento di Parmenide è che egli non considera il mondo materiale intorno a noi come una realtà effettiva. Egli pone la vera realtà nel pensiero, nel soggetto della conoscenza, come diremmo adesso. Il mondo che ci circonda è un prodotto della percezione dei sensi, un’immagine che essi creano nel soggetto pensante mediante l’illusione…La cosa in sé risiede nel soggetto, nel fatto che esso è un soggetto, suscettibile di pensare…Non ho alcun dubbio che sia questo l’Uno eterno, immobile del nostro filosofo.

E. Schrödinger, L’immagine del mondo, Boringhieri, Torino 1963, p. 191.

 

Ho l’impressione che anche Schrödinger non interpreti correttamente, anche se la brevità del testo può indurci in inganno. Al contrario di quanto egli sembri affermare, io penso che il pensiero di Parmenide fosse:

  • il soggetto della conoscenza, di cui si parla, non è l’individuo, ma l’Essere stesso, cioè, in altri termini, Dio: l’individuo, o meglio, gli individui, ne sono una manifestazione.
  • Ciò che appare non è semplice illusione, ma qualche cosa (apparenza, fenomeno) di qualche cosa di reale, che così deve essere, come dice Parmenide stesso, pur differente, nell’apparenza, dalla vera natura dell’Essere.

 

Mi sembra quindi che il pensiero di Parmenide sia perfettamente coerente con l’idealismo classico, così come esso si svilupperà, da Aristotele ad Hegel, e non si confonda con il solipsismo o lo scetticismo, che invece effettivamente negano realtà al fenomeno ed alla pluralità dei soggetti conoscenti.

 

Aristotele

E’ evidente, dunque, che esiste una sostanza immobile, eterna e separata dalle cose sensibili. E risulta pure che questa sostanza non può avere alcuna grandezza, ma che è senza parti ed indivisibile… Risulta inoltre che essa è impassibile ed inalterabile…

Aristotele, Metafisica, XII, 1073a, 7, Rusconi, Milano 1998, p. 567.

 

Aristotele è il primo filosofo che costruisce un sistema coerente e completo di spiegazione del reale, sistema chiaramente idealista. La pervicace negazione di questa interpretazione ci descrive un Aristotele non sistemico, incoerente, contraddittorio, profondo nell’affrontare singoli argomenti, ma disattento alla consequenzialità degli stessi.

Hegel coglie benissimo il vero significato del pensiero di Aristotele, e l’insipienza dei suoi interpreti:

Aristotele è stato uno dei geni scientifici più ricchi, universali e profondi mai esistiti, un uomo cui nessuna epoca può mettere a fianco l’uguale… nessun filosofo ha subito un torto più grave di quello che tradizioni del tutto prive di pensiero ed ancor oggi all’ordine del giorno, [gli] hanno inflitto. Gli si attribuiscono punti di vista che sono diametralmente opposti alla sua filosofia… Egli ha conosciuto la speculazione più fondamentale, l’Idealismo, e vi si è attenuto pur avendo notevolmente ampliato il terreno delle indagini empiriche.

G.W. Hegel, Aristotele, Rusconi, Milano 1998, pp. 25-26.

 

  • L’interpretazione più comune di Aristotele è un’offesa all’intelligenza

L’interpretazione che normalmente viene data al pensiero di Aristotele, della quale parla il filosofo tedesco in questo brano, è semplicemente una offesa al buon senso dello stagirita.

Dio, pensiero di pensiero, pensa se stesso e non conosce nulla del mondo che lo circonda. Egli provoca, come causa passiva, il movimento del primo mobile (cielo delle stelle fisse), e da qui il movimento si propaga all’intero universo.

Altre Intelligenze, per natura simili a Dio, ma da lui del tutto scollegate, provocano nello stesso modo il movimento degli altri cieli o pianeti.

Malgrado ciò, e cioè la completa indifferenza ed ignoranza di Dio nei confronti del mondo, l’universo, secondo Aristotele, è perfettamente e finalisticamente organizzato, senza che si capisca da chi o per che cosa. Il principio è uno, ma materia, forma, sostanza, concetti universali si reggono ciascuno per conto proprio, senza che si comprenda in che modo siano tra loro connessi.

Il Bene è, per ciascun essere, la realizzazione della propria essenza, ma questo non è riconducibile ad alcuna definizione superiore.

Questa interpretazione, assolutamente incoerente con dichiarazioni esplicite di Aristotele, si regge solamente su una battuta di spirito del filosofo, quando, chiedendosi se Dio conosce il mondo, egli osserva: certo che certe cose sarebbe meglio non conoscerle!

È meglio infatti non vedere certe cose che vederle.

Aristotele, Metafisica, XII, 9, 1074b-1075a Rusconi, Milano 1998, p. 577.

 

Su questa battuta di spirito si regge la distruzione della coerenza del pensiero del più coerente e raziocinante dei filosofi!

Correttamente, Tommaso d’Aquino interpreta che Dio pensa il mondo in se stesso!

 

  • Aristotele attacca chi non garantisce l’unità del reale e l’unicità del Principio

Nei libri XIII e XIV della Metafisica, oltre che in punti svariati dell’Opera,  Aristotele sviluppa una meticolosa e talora acrimoniosa critica al pensiero dei pitagorici e dei platonici. Le argomentazioni e gli argomenti sono numerosissimi e sviluppati con grande profondità, ma due sono i filoni in cui si inquadrano:

  • dall’Idea (uno-Bene) non possono generarsi altre idee;
  • dalle idee e dai numeri non si riesce a garantire alcun collegamento con il mondo delle cose.

Pertanto questi filosofi non garantiscono l’unità del reale, e le loro filosofie sono da rifiutare.

Queste obiezioni sono mirabilmente anticipate e riassunte dalla chiusura del libro XII:

il governo di molti non è buono, uno solo sia il comandante.

Aristotele, Metafisica, XII, 10, 1076a, Rusconi, Milano 1998, p. 585.

Si vorrebbe sostenere che un genio come Aristotele non si accorga di criticare i suoi contemporanei, che tra l’altro possono rispondergli, con argomenti che egli stesso non si cura di soddisfare nel suo Pensiero! Critica altri perché non garantiscono l’unità del Principio, e lui se la cava con un dio paletto della giostra circondato da principi diversi ed inconciliabili come Forma e Materia, Dio e Intelligenze  ecc.

 

In realtà Aristotele dichiara più volte ed esplicitamente che il Principio [Primo] è uno; che questi è il Dio Pensiero di Pensiero; che Questi è il Bene; che il mondo è organizzato finalisticamente (cioè in modo da perseguire dei fini); che il Bene nelle cose consiste nella piena realizzazione dell’essenza (collega etica ad ontologia).

…ciò che è Primo ed è pienamente in atto è Causa di tutto.

Aristotele, Metafisica, XII, 5, 1071a, Rusconi, Milano 1998, p. 557.

Da un tale Principio, dunque,  dipendono il cielo e la natura.

Aristotele, Metafisica, XII, 7, 1072b, Rusconi, Milano 1998, p. 565.

 

  • Forma e materia provengono dal Pensiero di Pensiero

Per quanto riguarda la Sostanza, le caratteristiche che la individuano sono solo concettuali:

…la sostanza è prima in tutti i significati del termine: per la nozione, per la conoscenza, per il tempo.

Aristotele, Metafisica, VII, 1, 1028a, Rusconi, Milano 1998, p. 289.

Pertanto l’essenza c’è solamente di quelle cose la cui nozione è una definizione.

Aristotele, Metafisica., VII, 4, 1030a, Rusconi, Milano 1998, p. 299.

…sostanza è ciò che non si predica d’altro

Aristotele, Categorie, in Organon, 2 voll., vol. I, a cura di M.Zanatta, Torino 1996, p. 67 .

 

Per quanto riguarda la Materia, questa è individuata come Potenza, cioè Forma, per così dire, congelata, che andrà esplicandosi nel tempo.

Il Tempo stesso è individuato come realtà fenomenica:

esisterebbe il tempo se non esistesse l’anima? Se non esistesse …ciò che può numerare, è impossibile che vi sia qualcosa che può essere numerato.

Aristotele, Fisica, I, 3, Rusconi,  Milano 1995, p. 233.

 

Nella Metafisica, esaminando la Materia, Aristotele fa notare che essa, la materia prossima, si presenta sempre come unione di Materia e Forma. Isolata la parte di Materia, essa si ripresenta come formata da Materia e Forma, e così all’infinito.

Aristotele non accetta mai processi all’infinito (Libro II), ma in realtà ne ha aperti due, uno per la Forma, che non avrebbe origine, e questo per la materia. E’ evidente l’intenzione provocatoria: il primo processo (generazione delle Forme) trova la sua origine nel Dio Pensiero di Pensiero. L’altro si risolve da sé: un processo di tale tipo azzera la Materia e la riduce a Forma.

 

  • Contenuto essenziale della dottrina di Aristotele

Aristotele, allievo di Platone, completa ed interpreta il maestro in questi tre punti:

  1. le Idee non possono provenire da se stesse, ma da una Mente che le pensa;
  2. il collegamento tra Mondo delle Idee e mondo sensibile si attua non (come frequentemente si scrive), calando le Idee nella Materia, ma innalzando la Materia all’Idea: la Materia è una delle forme di manifestazione fenomenica dell’Idea, ovvero è Idea congelata, pronta a manifestarsi;
  3. il Bene non è l’Uno-Idea, ma l’Uno-Mente che definisce il bene per gli uomini  e le cose pensando le Forme (Essenze).

 

  • Obiezioni

La principale obiezione all’interpretazione idealista di Aristotele sta in Aristotele stesso: egli non la conferma mai esplicitamente. Questo suo defilarsi al momento delle conclusioni troppo impegnative è evidente.

…sulle questioni più difficili a risolversi… [Aristotele] mantiene un riserbo forse in sé prudentissimo, ma che dà alla sua opera un manifesto carattere di incompiutezza.

G. Maritain, Introduzione generale alla filosofia,  Torino 1934 ², p. 71.

(La G. al posto della J. è dovuto alla datazione del libro)

 

Sebbene il sistema aristotelico non appaia sviluppato nelle sue parti,… esse costituiscono la totalità di una filosofia essenzialmente speculativa.  

G.W. Hegel, Aristotele, Rusconi, Milano 1998, p. 27.

 

Tale prudenza potrebbe essere spiegata con il passo di Platone della VII lettera, nel quale, citando Omero, dice:

Perciò appunto ogni persona seria si guarda bene dallo scrivere di cose serie… ma se veramente costui pone per iscritto ciò che è frutto delle sue riflessioni, allora  “è certo che”  non gli dei, ma i mortali “gli hanno tolto il senno”

Platone, Lettere, Torino 1960, pp. 81-82.

o con una lettera scritta da Aristotele ad Alessandro, che Hegel ricorda, citando Aulo Gellio: Aristotele si difende da una accusa-lamentela di Alessandro, che gli imputava di aver rivelato cose che si era convenuto fosse opportuno mantenere riservate. Aristotele risponde che tanto prima quanto dopo, aveva reso note delle cose e ne aveva nascoste altre

G.W. Hegel, Aristotele, Rusconi, Milano 1998, p. 35 ( AULO GELLIO, Noctes Atticae, XX, 5 (M)).

 

Era certamente difficile ad Atene, dove già era stato messo a morte Socrate per empietà, parlare di un unico Dio (da qui, forse, la molteplicità delle Intelligenze, che permetteva di giustificare anche tutti gli altri dei) negando la realtà della materia, in particolare per un personaggio come Aristotele, non ateniese e legato al mondo Macedone.

Non bisogna inoltre dimenticare che proprio la Metafisica ci è giunta in grave stato di corruzione ed incompiutezza, tanto che, al termine del libro XII, si ha l’impressione di un improvviso ed incolmabile iato con i libri finali XIII e XIV.

 

Tommaso d’Aquino

  • Il pensiero di Tommaso è la più corretta prosecuzione di quello di Aristotele

La filosofia medievale, da S.Tommaso a Dante, mostra una comprensione di Aristotele sicuramente superiore a quella dei moderni.

Nel Pensiero Divino si celano le Forme dell’Universo e le Intelligenze (nature angeliche) sono le leggi che regolano l’Universo (tutt’oggi non possediamo una definizione di legge fisica superiore a quella delle Intelligenze aristoteliche: enti razionali, fuori dal tempo e privi di dimensione, che muovono le cose non come agenti, ma come modello. A questa definizione si contrappone quella positivista-scientista: le leggi sono solo descrizioni di una ripetibilità ed uniformità apparente di comportamenti, non altrimenti spiegabile né provvista di alcuna certezza razionale. Per un pensiero che vuole fondare su queste leggi ogni ulteriore certezza, sembra un po’ poco)..

Attribuire un pensiero idealista a Tommaso d’Aquino non è facile, visto che questo cozza contro secoli di interpretazioni realiste: Tommaso è visto come filosofo di un mondo assolutamente reale, cui Dio stesso conferisce l’Essere.

Anche qui ha il sopravvento il pregiudizio assurdo contro l’idealismo, cui si contrappone il realismo, mentre ad esso è contrapposto solo il materialismo.

L’idealismo, ripetiamo, non nega realtà alle cose, pensiero di Dio, ma nega che esse possano sussistere senza la Mente che le pensa.

 

  • Il pensiero di Tommaso, secondo Gilson

Leggiamo uno dei massimi interpreti del pensiero Tomista e del pensiero medioevale in genere Etienne Gilson:

 

1) San Tommaso attribuisce a Dio la natura dell’Essere: Dio è l’Essere per antonomasia:

Esse divinum, quod est ejus substantia, non est esse commune, sed est esse distinctum a quolibet alio esse. Unde per ipsum suum esse Deus differt a quolibet alio ente. De potenzia, q7, a2.

Il significato della dottrina è chiaro. Tutti gli altri enti hanno un’essenza distinta dal loro atto di essere; solo l’essenza di Dio è il Suo proprio atto di essere (esse)..

 

2) Creare è quindi l’azione propria di Dio-Essere, che conferisce l’Essere alle cose:

Creare significa, propriamente parlando, produrre l’essere delle cose. E poiché ogni agente produce il proprio simile, il principio dell’azione può essere considerato dall’effetto dell’azione; poiché è il fuoco che genera il fuoco. Creare, perciò, appartiene a Dio secondo il Suo essere. Summa Theologiae, Ia, q.27, a. 4.

 E. Gilson, Elementi di filosofia cristiana, Morcelliana, Brescia 1964, p. 190.

…la creazione è la produzione dell’essere nella sua totalità, da parte di Colui la cui essenza è di essere.

E. Gilson, Elementi di filosofia cristiana, Morcelliana, Brescia 1964, pp. 252, 255.

 

  • Ma anche per Tommaso Essere e Pensiero coincidono

Ma ecco apparire al fine anche in Gilson, difensore del realismo di Tommaso contro ogni traccia di idealismo, la consapevolezza che l’Essere di Dio, e quindi l’Essere in generale, coincide con il pensiero:

Tuttavia, anche in Dio, la conoscenza non è il livello più profondo di realtà. La conoscenza che Dio ha di ogni cosa è, in ultima analisi, la Sua auto-coscienza. Inoltre, la Sua autocoscienza è identicamente il Suo stesso essere, che è un puro Atto di Essere. Quindi nemmeno le idee divine vengono per prime nella realtà. Non si può dire che Dio stesso esista perché conosce; e altrettanto, non si può dire che conosca perché esiste; in Dio conoscere equivale ad essere. In questo senso, il realismo di Aristotele ha trovato la sua giustificazione ultima nella teologia di S.Tommaso. Aristotele aveva identificato con il pensiero la più intima attualità dell’Essere primo; nella dottrina di S.Tommaso, il Pensiero stesso è identificato con l’Essere.

E. Gilson, Elementi di filosofia cristiana, Morcelliana, Brescia 1964, p. 350.

 

Se la natura di Dio è Essere, e Dio in quanto Essere, conferisce questo Essere al creato, ma contemporaneamente la natura dell’Essere coincide con il Pensiero, la conclusione logica viene da sé: Dio e Creato sono Pensiero!

 

Cartesio, Spinosa e Leibniz

Poiché non è mia intenzione scrivere qui una storia della Filosofia, tralascio di approfondire i tre grandi fondatori delle filosofia moderna, limitandomi a far osservare come il loro pensiero sia comunque imbevuto di idealismo.

  • Cartesio reputa che la nostra prima certezza ed identità sia il pensiero: cogito, ergo sum. La confidenza nella realtà del mondo e della materia ci viene solo dalla prova, tutta razionale, dell’esistenza di Dio e dalla fede che Questi non ci inganna.
  • Spinosa vede l’universo fisico come diretta manifestazione divina, con una correlazione quasi identitaria tra cose ed idee: ordo et connexio rerum una ac idem est ac ordo et connexio idearum.
  • Leibniz, infine, reputando Spinosa troppo materialista (sostiene che l’estensione sia uno degli attributi divini), fonda il suo universo sulla pluralità di Monadi, ciascuna indipendente ed incomunicabile con le altre e ciascuna immersa in un insieme di impressioni più o meno distinte che formano il mondo di ognuna di esse. L’accordo tra le Monadi è garantito solo da Dio (armonia prestabilita), ma questo accordo è un requisito assolutamente inutile: ogni monade vive comunque in se stessa e non necessita di alcun accordo! La materia, in questa concezione, non ha alcun posto né funzione!

 

Berkeley

Berkeley è il primo filosofo che dichiara in modo esplicito che la materia non esiste e che Dio è l’origine diretta delle nostre sensazioni. Egli è il primo che ci rivela: “Il re è nudo”.

Berkley è un vescovo anglicano, impegnato in attività pastorali e missionarie nel Nuovo Mondo. Il suo intento è soprattutto apologetico e polemico nei confronti del materialismo.

Ma la sua intuizione è potente, e le sue dimostrazioni di una logicità sconcertate: la materia è una ipotesi assolutamente inutile per spiegare il mondo esterno: esse est percipi, essere è essere percepito e null’altro. Spinto dalla sua polemica contro il materialismo, egli attacca poi con il concetto di sostanza, che egli definisce null’altro che una somma di percezioni, ed a quello di causa, sulla scia di Locke. In realtà non si accorge di negare due concetti che nulla hanno in comune con il materialismo, ma che sono eminentemente razionali e quindi spirituali. Per questo il suo idealismo verrà definito da Kant idealismo sognante, anche se piuttosto immeritatamente, perché Berkley afferma esplicitamente che l’essere percepita da Dio dà valore assoluto alla realtà. Il suo mondo, però, in assenza di forme sostanziali, si riduce a fasci di sensazioni provenienti direttamente dalla mente divina a quella umana.

 

Hegel

L’Idealismo propriamente detto, che, dopo Fichte e Schelling, ha in Hegel il massimo e più coerente esponente, sotterra definitivamente la Materia e identifica nello Spirito (ovvero nel Pensiero) la Realtà Assoluta. Dice Schelling: “Chi non crede che l’Assoluto sia lo Spirito non può neppure avvicinarsi alla Filosofia”

  • La filosofia di Hegel

Hegel sviluppa con estremo rigore la visione di Aristotele: Dio, Pensiero di Pensiero, è il principio di ogni cosa. E come il Pensiero di Pensiero, l’Idea che pensa se stessa, nella terminologia hegeliana, può dare origine al tutto se non pensandolo?

Ogni cosa dunque ha origine dal pensiero, ed è pensiero.

La filosofia di Hegel risulta ai più difficilmente comprensibile, a causa del linguaggio estremamente arduo usato dal filosofo, ed anche dalla profondità dei concetti espressi.

Ma nelle sue grandi linee essa è un edificio lineare e coerente.

 

  • La realtà è frutto del Pensiero, e ne porta l’impronta:la dialettica

La realtà che ci circonda è frutto del Pensiero divino: essa quindi è strutturata secondo gli schemi logici del Pensiero Assoluto (questo termine è, per Hegel, un sinonimo di Dio). L’esame della realtà ci permette perciò di scoprire gli schemi della mente divina.

Hegel individua nel processo dialettico lo schema generale ed universale del pensiero divino, schema che perciò si ritrova in ogni settore della creazione e nella logica umana stessa. Tesi, antitesi e sintesi sono lo schema ternario di ogni aspetto del tutto, e il primo sviluppo ternario è la Trinità stessa. Da lì, ogni altro sviluppo del pensiero e dell’universo è organizzato secondo questo schema, che si ripete nei tre ordini di realtà: nello sviluppo logico (e cioè nella mente), nel tempo (e cioè nella storia), nello spazio (e cioè nella natura).

L’universo tutto è una conformazione frattalica, dove lo sviluppo ternario si ripete all’infinito, poiché questo è il metodo e la struttura del Pensiero origine del tutto.

Nella Fenomenologia dello Spirito Hegel studia ed individua lo schema ternario prima nella Logica, poi nella struttura della Mente, nella Storia ed in ogni altra manifestazione dello Spirito.

 

  • Dio

Dio, o l’Assoluto, ha la propria realtà nel suo processo di auto conoscenza, processo assolutamente e solamente logico, non temporale, come erroneamente molti credono. Dio, quindi, si conosce come una struttura di pensiero, complessa e completa, che comprende Lui e la sua creazione.

“Dio è Dio solo nella misura in cui sa se stesso”, “il sapersi di Dio è inoltre la sua autocoscienza nell’uomo ed il sapere che l’uomo ha di Dio, che procede fino al saper-si dell’uomo in Dio”

G.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 564, Rusconi, Milano 1996, p. 911.

 

  • Lo spirito individuale

Gli spiriti individuali sono manifestazioni del pensiero divino che permettono allo Spirito nel suo complesso di conoscere e conoscersi in forme impossibili all’Assoluto nella sua potenza.

Lo spirito individuale conosce e contempla in modo assolutamente peculiare, ed arricchisce perciò lo Spirito con questa sua conoscenza e visione delle cose. In parole povere, caratteristica dello Spirito è la sua molteplicità nella sua unità. Ogni manifestazione dello Spirito è libera e concorre con questa sua libertà alla costruzione della realtà tutta.

Dalla prima divisione ternaria, cioè la Trinità, lo Spirito divino procede poi verso altre divisioni inferiori, cioè gli spiriti individuali e finiti.

Lo spirito individuale concorre al processo dell’autoconoscenza divina, processo che costituisce Dio stesso: Dio esiste conoscendosi: e parte di questa conoscenza è la conoscenza che l’uomo ha di Dio.

 

  • La Natura

La Natura e ciò che lo Spirito pensa come altro da sé. In tal senso essa, seppur frutto del pensiero divino, non può identificarsi con Dio: Hegel rifiuta la definizione di panteismo per la sua filosofia.

La Natura è l’Idea nella forma dell’ Essere Altro.

G.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 246, Rusconi, Milano 1996, p. 421.

 

  • Il tempo e la storia

Il pensiero di Dio è caratterizzato dall’essere la visone completa dello sviluppo di ogni cosa, dal nulla alla sua piena realizzazione: Dio, quindi, non pensa una cosa come una immagine statica, ma la pensa e contempla nella sua formazione logica.

Per banalizzare, Dio non pensa ad un tavolo come ad un oggetto di legno a quattro gambe, ma come un processo, che dal seme della pianta arriva al tavolo attraverso tutti i passaggi che lo renderanno tale.

Il pensiero divino esiste tutto nella sua interezza: ma la limitatezza dello Spirito umano fa sì che noi lo possiamo vedere un poco alla volta, nel tempo, che è una dimensione del solo fenomeno, cioè del solo apparire. Noi percorriamo il pensiero divino nel senso del suo sviluppo logico. Questo fatto, cioè che lo spirito umano percorre una piccola parte del pensiero divino nel senso dello sviluppo logico, fa sì che la Storia proceda verso forme sempre più complesse e sviluppate, e non verso il caos e il regresso, cosa che avverrebbe se il senso del percorso fosse, per caso, al contrario.

Facciamo un esempio: i numeri da uno a cento esistono tutti contemporaneamente; ma se noi vogliamo elencarli, non lo possiamo fare che nel tempo. Il teorema di Pitagora esiste tutto nella sua completezza, ma se vogliamo comprenderlo, non lo possiamo fare che una espressione dopo l’altra.

Il tempo, come lo spazio, è una forma pura della sensibilità, cioè dell’intuizione…   Solo l’elemento naturale, in quanto è finito, è soggetto al tempo. Il Vero, invece, cioè l’Idea, lo Spirito, è eterno.

G.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Rusconi, Milano 1996, pp. 439-441.

 

Lo stesso avviene nelle altre manifestazioni temporali dello Spirito: Arte, Religione, Conoscenza.

Da qui l’ottimismo di fondo della filosofia hegeliana, che vede anche nelle manifestazioni peggiori della storia null’altro che la necessaria antitesi, un processo puramente logico del pensiero assoluto, che permette il procedere verso lo sviluppo pieno del pensiero divino: il Male, dice Hegel, esiste solo nella divisione, cioè nella considerazione dei fenomeni storici ed umani nella loro singolarità. Ma la visione divina, che contempla il tutto, vede il Bene complessivo verso il quale lo sviluppo procede, e non è pertanto toccata in alcun modo dal Male.

In Dio, in quanto tale, quindi, non c’è differenza tra Bene e Male, perché questa differenza è soltanto in ciò che è separato, cioè in qualcosa in cui è insito il Male stesso.

G.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Prem. alla 2° ediz., Rusconi, Milano 1996, p. 53.

 

  • Critiche ad Hegel

Personalmente muovo due critiche alla filosofia hegeliana:

  • la prima riguarda la sua convinzione di poter comprendere nella sua interezza il meccanismo della logica divina; sembra non lo sfiori il dubbio che la Mente suprema possa essere un tanto più complessa di quello che a noi è dato vedere, e che la Realtà possa non ridursi solo a quella umana, e da qui questo suo sforzo quasi maniacale di risolvere tutto nel meccanismo ternario;
  • la seconda, che egli non trova posto nel suo sistema all’altra caratteristica divina, tradizionale del pensiero cristiano, cioè all’Amore: il Dio di Hegel è tutto Ragione, tutto Idea e Concetto. Hegel non parla mai o quasi dell’amore divino, che non trova posto nella sua costruzione ideale.

 

Invece le critiche mosse ad Hegel nella tradizione sono ben altre: panteismo, determinismo, statalismo. Accuse in gran parte non giustificate, in quanto negate da Hegel stesso, e dovute per lo più alla difficoltà del suo pensiero.

Mi limito a riportare tre citazioni del filosofo che contrastano nettamente con queste interpretazioni:

L’idea della Libertà è sorta con il Cristianesimo. Intere regioni del mondo, l’Africa e l’Oriente, non hanno mai avuto questa Idea, e ancora ne sono prive.  Né l’hanno avuta i Greci e i Romani, Platone e Aristotele, e neppure gli Stoici; essi al contrario sapevano soltanto che l’uomo sarebbe realmente libero per nascita, per forza di carattere, per cultura o per filosofia. Questa Idea è venuta al mondo con il Cristianesimo, secondo il quale è l’individuo in quanto tale ad avere un valore infinito: l’uomo, essendo oggetto e fine dell’amore di Dio, è destinato ad avere il suo rapporto assoluto con Dio come Spirito e a far dimorare entro sé questo Spirito. In altre parole l’uomo è in sé destinato alla Libertà suprema.

G.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 482Rusconi, Milano 1996, p. 787.

 

Io posso privarmi della mia proprietà solo perché la cosa, per sua natura, è qualcosa di esteriore. Pertanto sono inalienabili quei beni -o meglio, quelle determinazioni sostanziali- che costituiscono la mia persona più propria e l’essenza universale della mia autocoscienza: la mia personalità in generale, la Libertà universale della mia volontà, eticità, religione. Analogamente, il diritto a tali determinazioni sostanziali è imprescrittibile.

G.F. Hegel, Lineamenti di Filosofia del Diritto, § 65-66Rusconi, Milano 19982, p. 165.

 

…lo Stato è lo sviluppo e la realizzazione dell’Eticità, ma la sostanzialità della stessa Eticità e dello Stato è la Religione… E’ stato un errore formidabile della nostra epoca quello di voler considerare Religione e Stato, che sono inseparabili, come cose separabili tra loro, anzi addirittura come reciprocamente indifferenti

G.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 552Rusconi, Milano 1996, p. 881.

  • Un giudizio anticonformista sul pensiero hegeliano

Ecco come vede il pensiero di Hegel il teologo antitradizionalista Hans Küng:

 

…il Dio di Hegel non è una mente al di là degli astri, che agisce dal di fuori del mondo, bensì lo Spirito che tutto penetra ed è presente negli spiriti, nell’intimo della soggettività umana.

La sua dottrina trinitaria non è una matematica concettuale lontana dalla realtà, … ma una storia della salvezza, in rapporto con la storia del mondo.

La creazione del mondo non viene intesa come una decisione astratta, arbitraria, della volontà divina, ma si radica nell’essenza di Dio: non per una sorta di emanazione (dal perfetto all’imperfetto, con una età dell’oro paradisiaca all’inizio) ma secondo uno schema evolutivo (dall’imperfetto al perfetto, anche senza evoluzione della specie).

La provvidenza di Dio non viene affermata con il ricorso a un Dio arbitrario sulla base di un’astratta storicità, bensì conosciuta speculativamente nel corso concreto della storia…

Le religioni non cristiane non vengono considerate come manifestazioni puramente negative o neutrali e prive di importanza, bensì come religioni precristiane che, sia pure in umbra et figura, hanno a che fare con l’unico vero Dio e, in quanto forme provvisorie, già annunciano ciò che è perfetto.

L’apparizione di Cristo non viene ridotta pietisticamente ad un evento destinato alla pietà privata o imbrigliato teologicamente a vantaggio della Chiesa istituzionale; è invece presentata come l’evento cosmico dello Spirito, che interessa l’intera umanità.

Il negativo, il peccato, il dolore e la morte non vengono banalizzati secondo gli schemi di una teodicea astratta e fuori dal tempo, ma presentati, mediante una teologia della morte di Dio, come giustificazione concreta di Dio e dell’uomo, e cioè superati da Dio stesso nella storia in maniera dolorosa e vittoriosa insieme.

H.Küng, Dio esiste?, Mondadori, Milano 19804 pp. 184-185.

 

Le filosofie del numero

Hegel subirà lo stesso torto che egli sostiene abbia subito Aristotele: il suo pensiero fu travisato e ridotto a sostegno dei materialismi di varia natura, mentre lui fu accusato di sostenere ideologie stataliste e illiberali.

I maggiori responsabili del travisamento del pensiero di Hegel furono i cosiddetti Hegeliani di sinistra: Feurbach, Compte, Marx ecc.

Essi presero da Kant l’affermazione che il Noumeno è inconoscibile dalla Ragione, e da Hegel che la Realtà ha un unico principio (l’Assoluto).

Deformarono poi queste due asserzioni usando la prima come esenzione dalla necessità di ogni dimostrazione logica di quanto affermavano in modo apodittico, la seconda nel portare l’Assoluto nella Materia, con diversi significati, in funzione delle preferenze personali.

In breve, sulla filosofia dei Grandi, per i quali parlare ormai di Materia era divenuto impensabile, si imposero le filosofie del numero, quelle cioè la cui forza si basa sul numero dei credenti: marxismo e positivismo, dottrine l’una del proletariato, l’altra della borghesia.

L’una vede l’Assoluto nei rapporti sociali, l’altra nel Progresso scientifico:
entrambe rigorosamente deterministe, per coerenza logica, entrambe messianiche ed etiche senza alcuna coerenza.

 

Termino questa carrellata sull’Idealismo con una citazione di un grande scienziato, Max Planck:

Come fisico che si è dedicato per tutta la vita allo studio della materia, sono sicuramente esente dal sospetto di essere preso per un fanatico. E’ per questo che dopo aver studiato l’atomo posso dire: di per sé la materia non esiste! Il reale, il vero e l’effettivo non è costituito dalla materia visibile e deperibile, ma dallo Spirito invisibile ed immortale.

da G.Saviane, In attesa di lei, Mondadori, Milano 1992, p. 105.

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