de mundi: il Disegno Intelligente: l’intolleranza dei tolleranti

Il fatto

Recentemente si è sviluppata negli Stati Uniti una nutrita polemica, poiché alcuni gruppi di pensatori laici e liberals (che del tutto erroneamente tradurremmo liberali), hanno portato in giudizio alcune scuole dell’Ohio, dove, accanto alla teoria di Darwin dell’evoluzione casuale, si faceva presente agli studenti l’esistenza di altre teorie concorrenti, tra le quali quella o quelle basate sul cosiddetto Disegno Intelligente, cioè che vedono nell’evoluzione il realizzarsi di una intelligenza o meglio, che teorizzano il processo evolutivo come retto da leggi intelligenti, magari ancora da scoprire.

La vicenda si è conclusa con la proibizione, da parte di una corte, non ricordo se federale o statale, di insegnare nelle scuole l’esistenza della teoria del Disegno Intelligente.

Con questa proibizione, il pensiero laico e tollerante ha chiuso finalmente il suo cerchio evolutivo: nato con l’intento di difendere la libertà di pensiero, dalle ingerenze dogmatiche ed autoritarie, ricorre alla proibizione giudiziaria per impedire la diffusione di teorie contrarie alle proprie, in favore di una teoria a sua volta ideologica e dogmatica come quella darwiniana, alla cui non scientificità dedico successivamente un paragrafo.

 

Motivazioni poco azzeccate

Le motivazioni della sentenza sono che il Disegno Intelligente non è una teoria scientifica, e pertanto non va insegnato e neppure ricordato, poiché il suo insegnamento viola il principio della laicità dello Stato. In tal modo si è equiparato il termine di laicità a quello di ateismo, poiché il darwinismo viene in tal modo permesso e apertamente sostenuto perché esclude la necessità di una azione divina sulla natura, senza che questo sia in alcun modo sperimentabile o falsificabile (se fosse sperimentabile il darwinismo, sarebbe automaticamente falsificabile il D.I.).

A questa impostazione critica, i sostenitori del D.I. obiettano che essi non parlano di creazione o di Dio, ma solo della ricerca ed evidenziazione nella natura di processi intelligenti, cioè definibili da leggi razionali e non casuali (sostenendo tra l’altro l’impossibilità di spiegare con il caso la complessità della Natura).

A questo si risponde con varie obiezioni, che tralascio, poiché successivamente a questo paragrafo ne segue un altro dedicato, da un lato, alla scientificità della teoria del D.I. e dall’altro alla non scientificità del darwinismo.

Voglio invece sottolineare questa obiezione, più volte ripetuta e sottolineata, anche nelle fasi processuali: i fautori del D.I., anche se pubblicamente non legano la loro teoria all’esistenza di Dio, in privato sostengono invece che l’esistenza del Disegno rivela l’esistenza dell’Autore.

Questa loro perfidia rende automaticamente non scientifica la teoria, che va non solo rifiutata, ma proibita a norma di legge e con sanzioni per i reprobi sostenitori impenitenti.

 

Storie di Scienziati non scientisti

Purtroppo per i laicissimi fautori del darwinismo, non è possibile trovare alcun grande scienziato moderno, intendendo per grande quelli che hanno determinato le svolte epocali del pensiero e della conoscenza scientifica, che non abbia sostenuto, all’interno delle sue opere, e non in private conversazioni, che lo studio della Natura fornisce la prova dell’esistenza di Dio.

Cominciamo con il sempre lodato e rammentato dal pensiero laico, Galileo, che nel Saggiatore scrive:

Quando io vo considerando quante e quanto meravigliose cose hanno intese ed investigate ed operate gli uomini, pur troppo chiaramente conosco io ed intendo, esser la mente umana opera di Dio…

G.Galilei, Il saggiatore, Opere, vol. II, Rossi, Napoli 19702, pp. 133-134.

 

Proibite dunque le opere di Galileo, inguaribile fondamentalista, cadiamo dalla padella nella brace al sopraggiungere di Cartesio, che fa di Dio, come già visto, la prova stessa della verità della conoscenza. Eliminiamo, dunque, dalla scuola laica e scientista anche i testi di geometria analitica e l’esperimento del diavoletto, che già dal nome rivela l’origine pretesca.

Giungiamo ora a Leibniz, inventore del calcolo infinitesimale; qui si può scegliere a caso, tanto è abbondante la presenza di Dio nei testi leibniziani:

Io penso anche che parecchi effetti della Natura si possono dimostrare in due modi, cioè:

a) mediante la considerazione della causa efficiente e, anche indipendentemente da questa,

b) mediante la considerazione della causa finale; servendosi del decreto di Dio, di produrre ogni suo effetto sempre per le vie più semplici e determinate, come ho fatto vedere altrove, nel rendere ragione delle leggi della catottrica e della diottrica.

E se il primo principio dell’esistenza del mondo fisico consiste nel decreto di attribuirgli la massima perfezione possibile, il primo decreto del mondo morale, cioè della città di Dio, che è la parte più nobile dell’universo, deve essere quello di diffondervi la massima felicità possibile.

G.W. Leibniz, Discorso di Metafisica, § 21, §36, Rusconi, Milano 1999, pp. 137-138, 203.

 

Lo sciagurato Leibniz utilizza Dio come dimostrazione scientifica! Al rogo! Per il calcolo infinitesimale potremo ricorrere a Newton.

Ed ecco il grande inglese come parla di Dio, nella testimonianza di un suo famoso collaboratore, Samuel Clarke:

Per Newton lo spazio non è organo di Dio; Dio percepisce le cose grazie alla sua presenza immediata in esse, ovunque si trovino nello spazio. Questa presenza assomiglia a quella delle immagini formate nel cervello dallo spirito dell’uomo. Il cervello e gli organi della sensazione sono i mezzi grazie a cui si formano le immagini… Lo spazio, per dirlo in modo impreciso ma chiaro, è l’organo attraverso cui l’immagine delle cose si forma, immagine che Dio percepisce con la sua presenza immediata: perciò si può affermare che lo spazio infinito ha il ruolo di sensorio dell’essere onnipotente.

A.P. de La Borda, Leibniz e Spinosa, Jaca Book, Milano 1986, p. 303.

 

Ma forse Samuel Clarke è un volgare calunniatore: leggiamo direttamente da Newton:

Questa elegantissima compagine del sole, dei pianeti e delle comete non poté nascere senza il disegno e la potenza di un ente intelligente e potente…

Egli regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell’universo. E a causa del suo dominio suole essere chiamato Пαντοχρατωρ (Pantocrator)…

E’ onnipresente non per sola virtù [potere], ma sostanzialmente: infatti la virtù senza sostanza non può sussistere. In esso gli universi sono contenuti e mossi, ma senza nessun mutuo perturbamento. Dio non patisce nulla a causa dei moti dei corpi: questi non trovano nessuna resistenza a causa dell’onnipresenza di Dio… E’ manifesto che il sommo Dio deve esistere necessariamente, e per la stessa necessità è sempre ed ovunque.

L’intera varietà delle cose create, per luoghi e per tempi, poté essere fatta nascere soltanto dalle idee e dalla volontà di un essere realmente esistente…

Queste le cose intorno a Dio: sul quale spetta alla filosofia naturale il parlare muovendo dai fenomeni.

I. Newton, Philosophiae naturalis Principia matematica, UTET, Torino 1965, pp. 792-93, 794-95.

 

Se teniamo infine conto che Newton introduce addirittura l’azione divina nel funzionamento normale dell’universo, ad esempio per compensare la dispersione dell’energia cinetica, capiamo che anche lo sventurato britanno va tolto dalla lista degli scienziati buoni!

 

 

Ma le speranze laiche trovano fondamento nel positivismo ottocentesco: sicuramente dopo sarà tutta un’altra musica.

Ecco dunque un brano di Max Planck, scopritore del quanto d’azione (*) e fondatore della moderna fisica quantistica, in pieno XX secolo:

(*) Così battezzato da Planck, ma scriteriatamente definito quanto di energia,  realtà assolutamente inesistente, dai moderni scientisti, per evitare di parlare di azione, cosa che implicherebbe il concetto di finalità, ideologicamente inviso.

 

Noi vogliamo solo constatare che lo studio della fisica teorica nel suo sviluppo storico ha condotto in modo sorprendente ad una formulazione della causalità fisica, che possiede un pronunciato carattere teleologico…Corrispondentemente alla fisica, doveva accadere anche alla biologia, dove la differenza fra i due modi di considerare ha preso veramente forme molto più nette.

In ogni caso dobbiamo concludere dicendo che secondo tutto ciò che la scienza esatta della natura ci insegna, domina una determinata legalità su tutto l’ambito della natura, nella quale noi uomini sul nostro minuscolo pianeta recitiamo solo una parte piccolissima, evanescente. Questa legalità è indipendente dall’esistenza di una umanità pensante, eppure, per quanto può essere assolutamente percepita dai nostri sensi, permette una formulazione, che corrisponde ad un agire finalistico.

Al contrario, religione e scienza si incontrano sulla questione dell’esistenza e della natura di un potere supremo, che regge il mondo, e qui, almeno fino ad un certo grado, possono essere paragonate tra loro le risposte che ambedue danno.

Come abbiamo visto, esse non sono in alcun modo in contraddizione fra loro, ma suonano all’unisono in ciò, che in primo luogo esiste un ordinamento razionale del mondo indipendente dagli uomini, e che, in secondo luogo, la natura di questo ordinamento del mondo non è mai direttamente conoscibile, ma può essere afferrata solo indirettamente, oppure sospettata…La religione si serve per questo dei suoi propri simboli, la scienza esatta della natura delle sue misure fondate sulla percezione dei sensi.

Niente quindi ci impedisce, anzi, la nostra inclinazione intellettuale tendente ad una conoscenza unitaria del mondo lo esige, di identificare tra loro i due poteri operanti su tutto, eppure pieni di mistero, l’ordinamento del mondo della scienza ed il Dio della religione. Perciò la divinità, a cui l’uomo religioso cerca di avvicinarsi coi suoi simboli visibili, è essenzialmente identica col potere della legge naturale, di cui le percezioni dei sensi fino ad un certo grado danno indizio alla scienza.

M. Planck, Scienza, filosofia e religione,  Fr.Fabbri Editori, Milano 1965, p. 253, 254.

 

Giungiamo ora ad Albert Einstein, pensatore certo non tradizionalista:

Qual è il significato della nostra esistenza, qual è il significato dell’esistenza di tutti gli esseri viventi? Il saper rispondere a una siffatta domanda significa avere sentimenti religiosi. Voi direte: ma ha dunque un senso porre questa domanda? (*). Io vi rispondo: chiunque crede che la sua vita e quella dei suoi simili sia priva di significato è non soltanto infelice, ma  appena capace di vivere…

Difficilmente troverete uno spirito profondo nell’indagine scientifica senza una sua caratteristica religiosità… La sua religiosità consiste nell’ammirazione estasiata delle leggi della natura; gli si rivela una mente così superiore che tutta l’intelligenza messa dagli uomini nei loro pensieri non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo….

Ma in ogni caso vi è ancora un terzo grado della vita religiosa (dopo religione-terrore e religione morale), sebbene assai raro nella sua espressione pura, ed è quello della religiosità cosmica…I geni religiosi di tutti i tempi risentono di questa religiosità cosmica che non conosce né dogmi né Dei concepiti secondo l’immagine dell’uomo….

Non è senza ragione che un autore contemporaneo ha detto che nella nostra epoca, votata in generale al materialismo, gli scienziati sono i soli uomini profondamente religiosi.

A. Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton, Vicenza 1975, pp. 22-30.

(*)Chiaro riferimento alla tesi positivista e scientista, che nega senso alle questioni metafisiche.

 

Finiamo con un grande italiano, il Fantappiè, lasciando la Hack e la Montalcini a consolare, con le loro grazie senili i laici ed i materialisti:

I dati della meccanica e della fisica ci hanno portato così ad equazioni fondamentali per questi rami della scienza, equazioni che però ci fanno vedere la necessità di una finalità.

Ma se noi ci sentiamo sicuri, non solo perché lo dice il senso, ma anche l’intelletto, che esiste una finalità, allora dobbiamo tirare le necessarie conclusioni, confrontando questa certezza con quello che è il nostro modo di agire. E’ infatti proprio di un essere intelligente agire in vista di un fine e disporre di mezzi adeguati per perseguirlo. Quindi la spiegazione di una struttura finalistica si può avere soltanto come rivelazione di una intelligenza.

Quando noi vediamo stampato in modo certo, sicuro, matematico, questo principio di finalità nell’universo naturale, noi per forza dobbiamo dunque pensare che attraverso questa finalità si sente la presenza di un essere intelligente.

L. Fantappiè, Conferenze scelte, Di Renzo editore, Roma 1993, p. 52.

 

Ma quali sono gli scienziati scientisti?

Dopo aver percorso brevemente il pensiero dei maggiori scienziati di questi ultimi 400 anni, e non averne trovato uno che non parlasse di Dio e non fosse profondamente religioso, se non nel breve periodo positivista, e solo per figure secondarie, più note per le loro posizioni politico-filosofiche che per le loro scoperte, ci chiediamo con quale faccia taluno possa pretendere di parlare in nome della scienza, invocando la necessità per uno scienziato di essere materialista ed ateo.

Credo che la risposta stia in questo breve brano di un altro grande scienziato e spiritualista, Erwin Schrödinger, premio Nobel per la fisica:

Le conquiste della scienza tendono a far dimenticare la sua vera importanza [nello sviluppo spirituale dell’Umanità].

Ma bisogna confessare che c’è stato un periodo di oscuramento che potrebbe facilmente indurre a sottovalutare il compito ideale della scienza…

Colloco tale periodo circa nella metà del secolo XIX. Fu quella un’epoca di enorme, improvviso sviluppo scientifico, e, insieme con esso, da un incredibile subitaneo sviluppo della fisica e dell’ingegneria.

Queste ultime hanno avuto una così grande influenza sui lati materiali della vita umana, che moltissimi ne dimenticarono ogni altro aspetto.

Anzi, peggio ancora! Lo straordinario sviluppo materiale condusse ad un modo di vedere materialistico strettamente collegato alle nuove scoperte scientifiche.

E. Schrödinger, Scienza e Umanesimo, Sansoni, Firenze 1953, pp. 17-18.

 

Ed è così, che al posto degli scienziati credenti, oggi parlano e sbraitano ciurme di tecnici, agitatori di provette, cioè di applicatori della scienza agli utilizzi pratici, che traggono dal loro lavoro soldi, fama e ricchezza, e che non vogliono essere disturbati da scomode considerazioni etiche e morali.

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