La critica di Kant
Immanuel Kant, nella sua celebre Critica della ragion pura, nega validità alle prove tradizionali dell’esistenza di Dio, ed in generale alla Metafisica tutta, adducendo due ordini di motivi:
- il primo pratico, che serve come controprova al secondo: dopo secoli di metafisica, gli uomini non hanno trovato alcun accordo relativamente ad essa, e ciò testimonia della vanità degli sforzi fatti al riguardo:
- il secondo: le prove dell’esistenza di Dio non sono logicamente cogenti. Esse infatti utilizzano strumenti, quale il concetto di causa, che sono categorie solo della nostra mente, utilizzabili solamente per il mondo fenomenico, cioè quello delle sensazioni.
La fede in Dio è lasciata alla ragion pratica, come conseguenza della presenza della legge morale in noi, che senza Dio sarebbe uno sciocco inganno.
Nella Metafisica si deve ripercorrere indietro la strada infinite volte, poiché si scopre che il cammino non conduce nella direzione voluta. E per quanto riguarda la concordia nelle affermazioni dei suoi seguaci, essa è ancora così lontana dall’averla raggiunta, che risulta piuttosto un campo di battaglia: quest’ultimo sembra essere propriamente destinato ad esercitare le forze dei partecipanti in un combattimento fittizio, in cui sinora nessun combattente è mai riuscito a conquistarsi neppure il più piccolo vantaggio territoriale e a fondare sulla sua vittoria un possesso durevole.
I. Kant, Critica della Ragion pura, Prefazione alla 2° edizione, Einaudi, Torino 1957, p. 22.
La ragione staccata da ogni esperienza può soltanto, riguardo ad una cosa qualsiasi, o conoscerla a priori, come necessaria, o non conoscerla affatto…Al di fuori di questo campo, opinare equivale a giocare con i pensieri, fuorché non ci si limiti a credere che seguendo una via incerta nel giudizio si possa forse trovare la verità.
I. Kant, Critica della Ragion pura, Parte II, Cap.I-Sez III, Einaudi, Torino 1957, pp. 762-763.
Ho letto di recente un bellissimo libro di Hans Küng, Dio esiste?, dove il teologo antitradizionalista accoglie sostanzialmente entrambe le tesi di Kant, provando l’esistenza di Dio soprattutto attraverso prove esistenziali, e negando ormai validità alle classiche prove di S.Tommaso od alla loro rielaborazione moderna.
La risposta di Hegel
Dopo Kant, Hegel criticò aspramente la sua posizione, con due ordini di ragioni:
- primo: criticare la ragione utilizzando la ragione stessa, non è corretto, perché non si può usare lo strumento per lavorare su di esso; i dubbi sulla ragione portano solo allo scetticismo radicale
- secondo: l’esigenza di pensare all’Assoluto è un bisogno umano imprescindibile.
Certo, non ci sarà nulla da obiettare al fatto che il mondo fenomenico si mostri contraddittorio allo spirito che lo osserva. Esso è mondo fenomenico appunto perché è così per lo spirito soggettivo, cioè per la sensibilità e per l’intelletto.
Ora però, se l’Essenza del mondo viene confrontata con l’Essenza dello spirito, allora ci si può soltanto meravigliare dell’ingenuità con cui è stata stabilita e ripetuta l’affermazione, traboccante di umiltà, secondo cui non l’Essenza del mondo, bensì l’Essenza del pensiero, la ragione, sarebbe entro sé contraddittoria…
In questa sede, la cosa più importante da rilevare al riguardo è che l’antinomia non ha luogo soltanto nei quattro oggetti appartenenti alla cosmologia, bensì piuttosto in tutti gli oggetti di tutti i generi, cioè in ogni rappresentazione, concetto e idea.
G.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 48, Rusconi, Milano 1996, pp. 169-171.
Hegel fa qui notare che le antinomie che Kant attribuisce all’uso della ragione riguardo agli oggetti della metafisica riguardano in realtà qualsiasi ragionamento: è il dubbio radicale che rende ogni ragionamento passibile di critica distruttiva.
Ma il pensiero è la determinazione fondamentale dell’uomo, e non si ferma di fronte alle antinomie kantiane.
Poiché l’uomo è un essere pensante né il senso comune né la Filosofia rinunceranno mai ad elevarsi a Dio partendo e venendo fuori dalla visione empirica del mondo.
Questa elevazione non ha altro fondamento che la considerazione pensante del mondo, non la considerazione meramente sensibile ed animale. L’Essenza, la Sostanza del mondo, la sua Potenza universale e Destinazione finale, sono per il pensiero e soltanto per il pensiero.
Le prove dell’esistenza di Dio vanno considerate nient’altro che descrizioni e analisi del cammino dello spirito entro sé; cammino che è pensante e pensa il Sensibile.
L’elevazione del pensiero al di sopra del sensibile, l’oltrepassamento del finito verso l’infinito, il salto nel Sovrasensibile: tutto ciò è il pensiero stesso, questo passaggio è soltanto pensiero.
Stabilire che questo passaggio non deve essere effettuato, significa stabilire che non si debba pensare. Gli animali infatti non effettuano tale passaggio: essi si arrestano alla sensazione e all’intuizione sensibile, e, di conseguenza, non hanno nessuna religione.
G.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 50, Rusconi, Milano 1996, p. 173.
Purtroppo il pensiero laico dominante, che capisce poco Kant e nulla Hegel, accoglie dei due quel che più gli importa: non si può dimostrare l’esistenza di Dio, e questo basta.
Anche io dico la mia
- Due obiezioni a Kant
Per quanto riguarda la mancanza di accodo tra gli umani, riguardante la Metafisica, addotta a prova dell’inanità degli sforzi al riguardo, farei notare che su altri argomenti, assolutamente empirici e soggetti alle leggi fisiche, l’accordo tra gli umani sembra far cilecca: politica, economia, strategia bellica, gioco del pallone, arte culinaria sono solo alcuni argomenti ai quali la descrizione kantiana del campo di battaglia sembra attagliarsi benissimo.
Questo significa che su tali argomenti non dobbiamo usare la ragione, ma solo la fede?
Significa piuttosto, come diceva Platone, che la ricerca della verità non sempre porta a risultati immediati, quando l’argomento è complesso e le opinioni tante quante le teste (seppur vuote).
Per quanto riguarda, invece, la liceità dell’utilizzo della ragione al di fuori del mondo fenomenico e dell’empirismo (mondo sensibile), dovremmo notare che gran parte del sapere dell’esperienza intellettuale umana si svolge al di fuori dell’empirismo: storia, letteratura, arte non fan parte del mondo empirico se non marginalmente. Inoltre tutto il discorso metodologico riguardante la conoscenza empirica non deriva da questa, ma la precede. Le definizioni di scienza, di esperimento, di conoscenza empirica contrapposta a conoscenza analitica, ecc. non derivano dall’esperienza sensibile né da quella analitica.
La stesura dei protocolli regolanti gli esperimenti non derivano da esperienza sensibile, ma dall’analisi a priori della ragione. Se fosse vero quel che ci dice Kant, gran parte, e la migliore, del sapere umano sarebbe da gettare: Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Cartesio, Leibniz sarebbero solo dei poveri illusi, fonte di confusione e di discorsi insensati.
Natura della conoscenza umana
Ma la vera risposta a Kant ed agli scettici in genere viene da un’altra strada, e cioè dall’analisi della natura della conoscenza umana.
Fino a tutto l’800 e gran parte del ‘900 si è pensato che il sapere analitico (logica e matematica) ed il sapere scientifico fossero dimostrati o dimostrabili con certezza.
Il contributo di Popper ha reso evidente questo errore grossolano: il sapere scientifico od empirico in genere è solo conoscenza di fatti individuali; qualsiasi generalizzazione ne traiamo, é solo frutto di una ipotesi razionale, che permane valida fino a quando non viene smentita (falsificata) dai fatti o fino a quando non troviamo una ipotesi più soddisfacente per spiegare i fenomeni.
L’esperimento serve solamente a mostrare che neppure quella volta si è riusciti a smentire l’ipotesi formulata, che in campo scientifico si chiama legge.
Il sapere scientifico è sapere induttivo, che si raggiunge attraverso l’applicazione del sillogismo induttivo, logicamente errato:
- Socrate è un uomo
- Socrate ha due gambe
- Tutti gli uomini hanno due gambe
Questa conclusione è valida fino a quando non si trovano uomini a tre o quattro gambe, oppure muniti di ruote, cioè fino a quando non viene falsificata.
Popper sostiene che la possibilità di falsificazione, cioè di sperimentabilità, è la caratteristica del sapere scientifico. La Metafisica, non essendo sperimentabile, non è perciò scientifica.
Fino a qui tutto bene, se ciò serve solo a limitare il campo alla definizione di scienza, anche se se ne può discutere; ma non va bene se serve a limitare il campo della conoscenza umana in genere.
Abbiamo infatti già visto che la conoscenza umana si spinge al di là dell’esperienza empirica, e non solo nelle scienze dello Spirito (Arte, Storia, Politica, Etica ecc.), ma anche nelle scienze logiche e matematiche, nonché in tutta la metodologia scientifica (quali siano i criteri di validità di un esperimento, ad esempio, non è fatto sperimentale, né analitico; così pure i criteri di verificazione di fatti, ecc.).
L’intera conoscenza umana, compreso quella analitica, si basa sul meccanismo popperiano: ipotesi e verifica di non falsificazone.
L’espressione 1+1=2 non è sperimentabile empiricamente in alcun modo, visto che, come sostiene il principio della identità degli indiscernibili di Leibniz, non esistono in natura due oggetti uguali da poter sommare.
Noi crediamo a questa espressione perché ogni volta che la sperimentiamo nella nostra mente, essa si rivela a noi esatta.
Sono pertanto sperimentali anche le espressioni analitiche, ma l’esperimento é solamente di carattere mentale.
Questa considerazione ci permette di allargare la validità della conoscenza umana a tutte quelle espressioni che
- Derivano dall’analisi dell’esperienza, empirica o interiore (mentale, sentimentale, ecc.)
- Servono a spiegare i fatti presi in esame
- Non risultano in contrasto con l’esperienza empirica o quella interiore
In questa ottica, la conoscenza scientifica è quel tipo di conoscenza che si riferisce solamente all’esperienza empirica (dei sensi), ma la conoscenza umana si allarga ben al di là di quella scientifica, che, tra l’altro, non può sussistere senza questo altro tipo di conoscenza (ad es. per la metodologia scientifica).
Dio come ipotesi
L’idea di Dio nasce nell’uomo come ipotesi razionale di spiegazione dei fenomeni naturali e di quelli spirituali, della Natura e dell’Io.
Questa ipotesi, come tutte le altre su cui si basa la conoscenza umana, compreso le leggi scientifiche, resta valida fino a quando non se ne dimostra la falsità, o se ne porti un’altra più soddisfacente come spiegazione.
Ma nulla di tutto questo si trova, né nella trattazione di Kant, né, tanto meno in quella becera e sguaiata del laicismo materialista.
Nessuno è in grado di provare la NON esistenza di Dio (e questo Kant lo fa ben notare!), ma ancor meno il materialismo sa offrire una spiegazione razionale alternativa, in primo luogo dei fatti della coscienza umana, della legge morale, dei diritti della persona, della libertà e della realtà autonoma dell’Io, e quindi della validità della stessa conoscenza empirica.
Natura sperimentale delle prove dell’esistenza di Dio
Abbiamo sostenuto che la sperimentazione degli enunciati della conoscenza non avviene solo nell’esperienza sensibile, ma, e quasi sempre, nella sperimentazione logica della mente.
Noi sperimentiamo la conformità con le nostre strutture mentali non solo di matematica e logica, ma di tutto l’ordinamento Razionale del nostro mondo: quando formuliamo dentro di noi un ragionamento, o lo ripetiamo per conferma, stiamo compiendo un esperimento, il cui risultato ci dice se quanto presupposto è in accordo con la nostra ragione, o, per lo meno, non ne viene smentito (falsificato).
Non possiamo sapere a priori il risultato dell’esperimento, anche per le cose più certe.
Che 1+1=2, o che se a=b e b=c allora a=c, il giorno che nella nostra mente non sarà più vero, non lo sarà più in assoluto, perché non lo potremo sperimentare altrimenti. Pertanto, ogni volta che lo ripetiamo, stiamo compiendo un esperimento mentale.
Parimenti dobbiamo pensare delle prove dell’esistenza di Dio: queste sono esperimenti mentali della razionalità dell’ipotesi Dio, cioè della non avvenuta falsificazione di tale ipotesi da parte della nostra Ragione.
In questo senso esse stanno esattamente alla pari di tutti gli altri ragionamenti logici che vengono da noi formulati: anche questi sono di natura sperimentale, come quelle.
Non basta dimostrare la non cogenza delle prove per dimostrarne la non validità
La conclusione del nostro ragionamento è questa: non basta affermare che le prove dell’esistenza di Dio non sono logicamente cogenti per dimostrarne la non validità, perché questo servirebbe ad annullare la validità di ogni altro ragionamento: nessuna conoscenza umana è logicamente cogente, neppure la logica stessa.
E’ quindi necessario, per smentirle, provare l’erroneità delle prove, o la non esistenza di Dio, o formulare ipotesi più convincenti: ma fino ad ora né questo, né quello è stato possibile a nessun pensatore o non pensatore (i più) scettico e laico.
In conclusione
- Necessità dell’idea di Dio
L’idea di Dio ci risulta necessaria per giustificare alcuni concetti che ci risultano assolutamente irrinunciabili:
- la realtà indipendente dello spirito umano, cioè dell’Io
- i valori propri dell’uomo: libertà, etica, arte, scienza
- il destino umano oltre la morte
- l’esistenza della matematica e della logica nella mente umana
- la spiegazione razionale del mondo esterno
I primi tre di questi bisogni umani sono solo psicologici, ma non meno reali degli altri due, eminentemente razionali, poiché la realtà umana è fatta da entrambe gli aspetti.
- Non contraddittorietà dell’idea di Dio
In tutta la storia del pensiero umano, nessuno è mai riuscito a trovare contradditoria l’idea di Dio, né con se stessa, né con le verità analitiche (logica e matematica), né con l’esperienza sensibile.
- Mancanza di ipotesi alternative
In alternativa all’idea di Dio, il pensiero ateo non ha saputo offrire nulla che potesse rispondere ad uno solo dei punti indicati sopra, anzi, per i primi quattro non ci ha mai neppure provato, o ha dato risposte negative (determinismo); per l’ultimo, si è rifugiato in una fede irrazionale nella casualità: ha sostituito il Caso a Dio, sostenendo che il primo, in spregio addirittura ad un Principio scientifico definito (il secondo principio della termodinamica) è in grado di dare origine a strutture organizzate complesse, in un processo generale e continuo, partendo dall’assoluta amorfità.
- L’opinione dei grandi geni dell’umanità
Per finire, l’idea di Dio è stata sostenuta dalle menti più insigni dell’Umanità, partendo da Platone ed Aristotele per finire con Cartesio, Newton, Leibniz, Plank ed Einstein: all’ateismo non è possibile citare nessun grande genio sostenitore di questa idea, salvo considerare tale Marx o Compte.
Ragionevole confidenza nell’idea di Dio
La confidenza nell’idea di Dio è quindi non solo ragionevole, ma anche coerente con l’impostazione logica del pensiero scientifico, che reputa valida una tesi fino a quando è utile a spiegare i fatti, non viene smentita o non viene sostituita da una più soddisfacente.
Questa conclusione, così apparentemente fredda nella sua logicità, contrasta con il calore dell’amore divino che pervade il credente, ma serve a dimostrare come il pensiero ateo fallisce nel suo attacco alla spiritualità anche sul piano concettuale, sul quale si crede più forte.
L’ateismo si crogiola e nutre in tre grandi miserie: quella esistenziale, quella morale ed etica e quella razionale.