I valori laici cristiani che hanno fatto l’Occidente sono: Ragione, Libertà, Amore.
Sono questi i valori costitutivi dell’Europa, che avremmo visto volentieri citati nella costituzione europea.
Questi tre valori sono riferiti all’essenza stessa della persona e si concretizzano nel principio della Dignità della Persona.
E’ meraviglioso che la rivelazione della dignità della Persona stia esattamente all’inizio del libro che l’Occidente reputò sacro: nella traduzione del Diodati i versetti 26 e 27 della Genesi recitano così:
26. Poi Iddio disse: Facciamo l’uomo alla nostra immagine, secondo la nostra somiglianza; ed abbia la signoria sopra i pesci del mare, e sopra gli uccelli del cielo, e sopra le bestie, e sopra tutta la terra, e sopra ogni rettile che serpe sopra la terra.
27. Iddio adunque creò l’uomo alla sua immagine; egli lo creò all’immagine di Dio; egli li creò maschio e femmina.
La Sacra Bibbia, Edizioni Ferni, Ginevra 1975, pp. 9-10.
La somiglianza con Dio fu posta dal Cristianesimo nella Ragione, nella Libertà e nell’Amore, con una quasi diretta corrispondenza con le tre persone divine.
L’esplicazione dell’idea dell’uomo come persona,…viene ottenuto sul filo di un versetto che per la teologia cristiana è classico in più sensi, Genesi I, 26.
M. Heidegger, Ontologia, Micromega, Napoli 19982, p. 32.
Ed è ancora più meraviglioso (per parafrasare Aristotele) che il versetto 27 ponga, senza alcuna possibilità di discussione, la donna allo stesso livello del maschio, in una epoca in cui questo poteva apparire assolutamente rivoluzionario.
Questo versetto introduce quindi un quarto valore, la parità tra uomo e donna.
Un quinto valore sta infine nella separazione dei poteri civili e religiosi, separazione tipica della cultura cristiana.
La Ragione
Il Cristianesimo la intese come:
- Capacità di distinguere il Bene dal Male.
- Capacità di capire l’universo creato.
Il primo punto ci permette un’etica basata sulla Ragione (oltre che sull’Amore), il secondo apre la strada alla scienza ed alla tecnica.
La signoria, predicata dal versetto 26, è anzitutto capacità di comprendere la Natura, prima che di dominarla.
La Libertà
Il Cristianesimo introduce, nell’idea di Libertà questi due aspetti rivoluzionari:
- Libertà come Diritto di ogni persona in quanto tale.
- Libertà come capacità di cambiare realmente il corso dei fatti (libero arbitrio).
Questi due aspetti sono unici del cristianesimo, oggi messi in forse dalle derive materialistiche.
L’Amore
L’Amore non è affezione, sentimento, accidente: è parte costitutiva dell’essere, è Dio stesso, è lo Spirito Santo, Terza Persona della Trinità.
L’Amore è una delle Persone divine, ed è parte costitutiva di noi stessi.
Dall’Amore così inteso vengono, alla nostra civiltà, la solidarietà sociale, la protezione del debole, il dovere della cura della vedova e dell’orfano (in una espressione tradizionale).
Pari dignità tra uomo e donna
Lo stuolo delle sante, delle regine, delle vergini e delle martiri celebrate fin dall’inizio del cristianesimo; la venerazione di Maria, mater Dei, ed in seguito, in altro contesto, letterario e civile, la donna angelicata e la cavalleria pongono in evidenza l’assoluta novità rappresentata dal cristianesimo nei confronti della donna, rispetto alla cultura tradizionale greco-romana (ed anche dalla cultura laica odierna, per la quale la uguaglianza tra uomo e donna consiste nel mandarla a lavorare allontanandola dai figli).
Separazione tra Stato e Chiesa
Questo valore è proprio del Cristianesimo, mentre non lo è delle altre religioni: non lo conobbero l’Ebraica, la Greca e la Romana, non l’Islam.
Questa concezione delle due sfere di competenza non si basa tanto sulla famosa frase di Gesù “Date a Cesare ciò che è di Cesare”, ma soprattutto sul fatto della assoluta mancanza nei Vangeli di indicazioni su come deve comportarsi lo Stato. Per il cristiano non vi è un obbligo teologico di reputare una forma di Stato migliore di un’altra, e questo è il vero fondamento della laicità del cristianesimo. Questa mancanza di interesse per le disposizioni e leggi civili, purché non in contrasto con i fondamentali diritti della Persona, è un’altra assoluta novità del Cristianesimo, non riscontrabile in alcuna altra religione: non nell’Ebraismo, nel Paganesimo, nell’Islamismo o nel Confucianesimo, tutti infarciti di precetti morali, civili, sanitari, gastronomici, di abbigliamento e di costume, mescolati l’un con l’altro e muniti del sigillo della sacralità religiosa.
Questa separazione si originò subito e perdurò sempre, anche all’epoca delle lotte tra Impero e Chiesa, dove, comunque, nessuno dei due contendenti intendeva usurpare la funzione dell’altro, perdendosi solo con il Protestantesimo, che nominò capo della Chiesa il Principe.
Soleva Roma che il buon mondo feo
Due Soli aver, che l’una e l’altra strada
Facean vedere, e del mondo e di Deo
Dante, Purgatorio, XVI, 106.
Ragione e Libertà
Lume v’è dato a bene ed a malizia
E libero voler..
Dante, Purgatorio, XVI, 75.
Queste due connotazioni costitutive dell’uomo furono da subito predicate come congiunte ed inseparabili. La Ragione è il fondamento della Libertà, l’Amore è il fine cui Ragione e Libertà debbono tendere.
- Stoicismo ed Epicureismo
Il Cristianesimo si affaccia sul mondo antico in un momento di grandissimo vigore del pensiero speculativo, sia filosofico, sia mistico religioso. Pertanto deve essere in grado di rispondere ai dubbi ed ai quesiti che tale pensiero pone ai nuovi predicatori. In particolare, il pensiero antico era giunto a teorizzare l’impossibilità della Libertà, sia umana, ma ancor più divina (per le correnti filosofiche spiritualiste).
Due erano le correnti di pensiero allora in voga: Epicureismo e Stoicismo. Il primo, rifacentesi all’atomismo di Democrito e poi di Epicuro, era determinista in quanto materialista e meccanicista, con una piccola correzione introdotta da Epicuro, o da Lucrezio, e cioè il clinamen, una oscillazione casuale degli atomi, che correggeva il rigoroso ed ineluttabile determinismo, con una possibile varianza imprevedibile, introdotta per correggere lo sconforto causato dal pensare che nulla può cambiare di quanto già determinato dalla materia.
L’altro, spiritualista e panteista, era convinto che il Logos (ragione) divino che governa il mondo non potesse prendere altre decisioni che quelle effettivamente prese, e cioè le più razionali. Questa convinzione si spingeva alla teoria dell’eterno ritorno, cioè della ripetizione ciclica della storia. Sarebbe sufficiente infatti che nell’infinità del tempo si ripetesse una situazione già avvenuta, perché tutto ineluttabilmente ripercorresse esattamente quanto già trascorso.
In queste visioni, non vi era alcun posto per la Libertà umana. L’etica, predicata da entrambe le correnti di pensiero, era solo lo strumento, tutto umano e razionale, per godere di una vita non turbata da eccessivi dolori e preoccupazioni (con la contraddizione, comunque, tipica del determinismo, di predicare comportamenti impossibili da volere).
- La necessità teologica di Ragione e Libertà
Il Cristianesimo ha invece bisogno di affermare con chiarezza sia la dignità dell’uomo, sia la sua libertà. Solo la libertà umana ha infatti permesso all’uomo di peccare, solo la sua dignità può indurre Dio al supremo sacrificio dell’Incarnazione e Redenzione, che il peccato rendono necessarie.
Solo la libertà, inoltre, giustifica un mondo eticamente fondato sull’Amore, come quello cristiano.
Libertà e Ragione appaiono quindi citate immediatamente dai primi pensatori cristiani, prima ancora che la definizione del dogma Trinitario (concilio di Nicea, 325 d.C.) abbia risolto il problema della libertà di Dio: lo Spirito Santo, Amore tra Padre e Figlio, costituisce la Libertà di Dio e scioglie teologicamente il nodo della libertà divina e, di conseguenza, di quella umana.
Ecco il primo apologeta, (San) Giustino:
Infatti, in principio, [Dio] ha creato il genere umano dotato di ragione e capace di scegliere liberamente la verità e di comportarsi bene…
Giustino, Apologie, Prima Apologia, 28, Rusconi, Milano 1995, p. 89.
La ragione (Logos) è il discrimine che separa buoni e cattivi, cristiani e non.
Abbiamo appreso che il Cristo è il Primogenito di Dio, ed abbiamo ricordato che è la Ragione (Logos) della quale partecipa tutto il genere umano. Coloro che hanno vissuto secondo Ragione sono cristiani, anche se sono stati considerati atei, come tra i Greci, Socrate ed Eraclito, ed altri simili… Di conseguenza, coloro che hanno vissuto prima di Cristo, ma non secondo Ragione, sono stati malvagi, nemici di Cristo e assassini di quelli che vivevano secondo Ragione; al contrario, quelli che hanno vissuto e vivono secondo Ragione sono cristiani, non soggetti a paure e turbamenti.
Giustino, Apologie, Prima Apologia, 46, Rusconi, Milano 1995, p. 127.
E’ davvero strabiliante questa apertura mentale verso coloro che non conobbero né Cristo, né i Vangeli, ma che vissero secondo il lume della Ragione, identificata con Dio stesso!
Ed ecco come Gilson rappresenta il pensiero di (San) Clemente di Alessandria:
Ogni uomo possiede, per il fatto stesso che è uomo, una facoltà di conoscenza (fronesis) che lo distingue dagli animali. In quanto essa può conoscere con le sue sole risorse i principi primi e indimostrabili, essa è pensiero (nisis); in quanto ragione partendo da questi principi per svilupparne dialetticamente il contenuto, essa è sapere, o scienza (gnosis, episteme); se si applica ai problemi della prassi e dell’azione diventa arte (techin); quando infine si apre alla pietà, crede nel Verbo e ci dirige nella pratica dei suoi comandamenti, essa non cessa di essere se stessa; l’unità del pensiero che cresce, che dirige l’azione e cerca il sapere assicura dunque l’unità della sapienza che include tutte queste attività.
E. Gilson, La filosofia del medioevo, la Nuova Italia, Firenze 1973, p. 59.
Ecco il pensiero di Origene, in due brani da Abbagnano e di Reale:
Come la caduta dell’uomo è stato un atto di libertà, così sarà un atto di libertà la redenzione ed il ritorno a Dio. La libertà è infatti la dote fondamentale della natura umana, che è capace di agire in virtù di ragione, quindi di scegliere.
In Joh., XXXII, 18, citaz. da N. Abbagnano, Storia della Filosofia, vol.I, UTET, Torino 1961, p. 245.
Origene ha esaltato al massimo il libero arbitrio delle creature, a tutti i livelli della loro esistenza.
G. Reale, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, II, la Scuola, Brescia 1977¹³, p. 317.
Superato un tentativo irrazionalista, rappresentato da Tertulliano, (credo quia absurdum) la dottrina cristiana si attesta sulla posizione per cui: la Rivelazione non può essere in contrasto con la ragione. Dove si riscontra questo contrasto, esso va risolto alla luce della ragione illuminata dalla Fede: il primato della Fede consiste nel fatto che questa ci fornisce sia le indicazioni preventive su dove trovare risposta ai nostri quesiti, sia che essa dirime le aporie nelle quali la ragione si invischia se lasciata a se stessa su argomenti a lei non raggiungibili con le sole sue forze (Kant non dice poi molto di nuovo!): comunque non possono esserci dettami di fede irrazionali!. Questa sarà la caratteristica fondamentale del pensiero cristiano, e di conseguenza, dell’intero pensiero occidentale, a differenza, ad esempio, dell’Islam, prigioniero della lettera del Corano.
- Agostino, Anselmo e Tommaso
Già in S.Agostino, Ragione e Libertà sono perfettamente identificati come fondamento dell’Umanesimo cristiano.
Nel De libero arbitrio egli afferma che la ragione è ciò che ci distingue dagli animali e che, in nome della ragione, qualsiasi atto di apprendimento è buono e:
…hoc quidquid est, quo pecoribus homo praeponitur, sive mens, sive spiritus, sive utrumque rectius appellatur (nam utrumque in divinis Libris invenimus), si dominetur atque imperet caeteris quibuscumque homo constat, tunc esse hominem ordinatissimum.
(…v’è nell’uomo una determinata facoltà, per cui è superiore agli animali, si chiama mente o spirito o, meglio, l’uno e l’altro. Nei Libri divini si trova appunto l’uno e l’altro, Se essa domina pienamente su tutte le facoltà da cui è costituito l’uomo allora egli è pienamente razionale.)
Aurelio Agostino, De libero Arbitrio, I-8.
Si ergo omnis intellegentia bona est, nec quisquam qui non intellegit, discit; omnis qui discit, bene facit: omnis enim qui discit, intellegit; et omnis qui intellegit, bene facit: quisquis igitur quaerit auctorem, per quem aliquid discimus, auctorem profecto per quem bene facimus, quaerit. Quapropter desine velle investigare nescio quem malum doctorem. Si enim malus est, doctor non est: si doctor est, malus non est.
(Dunque se l’intelligenza è in sé buona e non si apprende se non si compie un atto d’intelligenza, nell’apprendere si agisce bene perché nell’apprender si compie un atto d’intelligenza e nel compierlo si agisce bene. Quindi nell’indagare sul principio per cui un qualche cosa si apprende, s’indaga indiscutibilmente sul principio per cui si agisce bene. Smettila dunque. di investigare su non saprei quale cattivo educatore. Se è cattivo, non è educatore, se è educatore non è cattivo.)
Aurelio Agostino, De libero Arbitrio, I-3.
A proposito della libertà, oggetto primo dell’opera, sempre nel De libero arbitrio ci viene detto che essa è il fondamento della vita morale, e proprio per questo ci è stata data (di nuovo precorre Kant):
Si enim homo aliquod bonum est, et non posset, nisi cum vellet, recte facere, debuit habere liberam voluntatem, sine qua recte facere non posset. Non enim quia per illam etiam peccatur, ad hoc eam Deum dedisse credendum est. Satis ergo causae est cur dari debuerit, quoniam sine illa homo recte non potest vivere. Ad hoc autem datam vel hinc intellegi potest, quia si quis ea usus fuerit ad peccandum, divinitus in eum vindicatur. Quod iniuste fieret, si non solum ut recte viveretur, sed etiam ut peccaretur, libera esset voluntas data. Quomodo enim iuste vindicaretur in eum, qui ad hanc rem usus esset voluntate, ad quam rem data est? Nunc vero Deus cum peccantem punit, quid videtur tibi aliud dicere nisi, Cur non ad eam rem usus es libera voluntate, ad quam tibi eam dedi, hoc est ad recte faciendum? …Debuit autem et in supplicio, et in praemio esse iustitia; quoniam hoc unum est bonorum quae sunt ex Deo. Debuit igitur Deus dare homini liberam voluntatem.
(Se l’uomo è un determinato bene e se non potesse agire secondo ragione se non volendolo, ha dovuto avere la libera volontà, senza di cui non poteva agire moralmente. Infatti non perché mediante essa anche si pecca, si deve ritenere che per questo Dio ce l’ha data. È ragione sufficiente che doveva esser data il fatto che senza di essa l’uomo non può vivere moralmente. Si può inoltre comprendere che per questo scopo è stata data anche dal motivo che se la si userà per peccare, viene punita per ordinamento divino. Ma sarebbe ingiusto se la libera volontà fosse stata data non solo per vivere secondo ragione ma anche per peccare. Come infatti sarebbe giustamente punita la volontà di chi l’ha usata per un’azione per cui è stata data? Quando invece Dio punisce il peccatore, sembra proprio dire: ” Perché non hai usato la libera volontà per il fine cui te l’ho data? “; cioè per agir bene…. Fu necessario dunque che tanto nella pena come nel premio ci fosse la giustizia poiché questo è uno dei beni che provengono da Dio. Fu necessario quindi che Dio desse all’uomo la libera volontà.)
Aurelio Agostino, De libero Arbitrio, I-8. Tratto da: www.sant-agostino.it
Settecento anni dopo, in pieno alto medioevo S.Anselmo d’Aosta ci dice che per capire Dio è sufficiente che la Ragione contempli se stessa:
…Patet itaque quia, sicut sola est mens rationalis inter omnes creaturas, quae ad eius investigationem assurgere valeat, ita nihilominus eadem sola est, per quam maxime ipsamet ad eiusdem inventionem proficere queat. Nam iam cognitum est, quia haec illi maxime per naturalis essentiae propinquat similitudinem. Quid igitur apertius quam quia mens rationalis quanto studiosius ad se discendum intendit, tanto efficacius ad illius cognitionem ascendit; et quanto seipsam intueri negligit, tanto ab eius speculatione descendit?
(…E’ chiaro pertanto che, come la mente razionale è la sola, tra tutte le creature, capace di elevarsi alla ricerca dalla somma essenza, così è anche la sola per la quale essa stessa possa progredire massimamente verso la sua scoperta. E’ già noto, infatti, che la mente razionale si avvicina massimamente, per similitudine di essenza naturale, alla somma essenza. Che cosa è dunque più evidente del fatto che la mente razionale, quanto più accuratamente si volge ad apprendere se stessa, tanto più efficacemente sale alla conoscenza della somma essenza, e quanto più trascura di esaminare se stessa, tanto più discende dalla sua visione?)
Anselmo (Sant’), Monologion, LXVI, Rusconi, Milano 95, pp. 206-207.
Passiamo ora a S.Tommaso, che sul tema del libero arbitrio ci dice che libertà e ragione sono indissolubili, e l’una prevede l’altra:
Respondeo dicendum quod homo est liberi arbitrii: alioquin frustra essent consilia, exhortationes, praecepta, prohibitiones, praemia et poenae. Ad cuius evidentiam, considerandum est quod quaedam agunt absque iudicio: sicut lapis movetur deorsum; et similiter omnia cognitione carentia. Quaedam autem agunt iudicio, sed non libero; sicut animalia bruta. Iudicat enim ovis videns lupum, eum esse fugiendum, naturali iudicio, et non libero: quia non ex collatione, sed ex naturali instinctu hoc iudicat. Et simile est de quolibet iudicio brutorum animalium. Sed homo agit iudicio; quia per vim cognoscitivam iudicat aliquid esse fugiendum vel prosequendum. Sed quia iudicium istud non est ex naturali instinctu in particulari operabili, sed ex collatione quadam rationis; ideo agit libero iudicio, potens in diversa ferri. Ratio enim circa contingentia habet viam ad opposita; ut patet in dialecticis syllogismis, et rhetoricis persuasionibus. Particularia autem operabilia sunt quaedam contingentia: et ideo circa ea iudicium rationis ad diversa se habet, et non est determinatum ad unum. Et pro tanto necesse est quod homo sit liberi arbitrii, ex hoc ipso quod rationalis est.
(Rispondo dicendo che l’uomo possiede libero arbitrio: altrimenti sarebbero inutili i consigli, le esortazioni, i precetti, le proibizioni, i premi e le pene. Per capire questo, confrontiamolo con le cose che agiscono senza giudizio, come le pietre che cadono verso il basso, e le altre cose che non hanno coscienza. Altri agiscono con giudizio, ma non libero. Così le pecore fuggono alla vista del lupo: non per scelta, ma per istinto. E così per qualsiasi animale bruto. Ma l’uomo agisce con giudizio: e attraverso la conoscenza distingue ciò che è da fuggire da ciò che è da perseguire, e questo fa non per istinto, ma per scelta, e potrebbe fare altrimenti. La ragione, infatti, possiede la via per giungere a cose opposte, se contingenti: così come appare nei sillogismi dialettici e nelle orazioni retoriche. Le cose contingenti (non necessarie) possono essere fatte in molti modi, e circa queste la ragione non è costretta ad una sola soluzione. Per questo è necessario che l’uomo abbia il libero arbitrio, per lo stesso motivo per cui ha la ragione.)
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Prima Pars, Quaestio LXXXIII.
Riporto alcuni brani di Etienne Gilson sulla visione di Tommaso relativa a ragione e libertà:
“L’oggetto della volontà che è l’appetito umano, è il bene in universale (universale bonum), come l’oggetto dell’intelletto è il vero in universale (universale verum)”. Questa universalità dell’oggetto del volere è proprio il fondamento della libertà di scelta: invece di essere determinata a particolari oggetti, come lo sono l’appetito naturale e quello animale, la forma umana dell’appetito, che è la volontà, si vede offerta dall’intelletto una scelta di oggetti vasta quanto l’ambito dell’essere stesso. Poiché tutto quello che è, è bene, e poiché tutto quello che è, è conoscibile, tutto quello che è, o è, o almeno può diventare, oggetto del volere umano.
…la beatitudine o felicità dell’uomo consiste essenzialmente in un atto dell’intelletto, preparato ed accompagnato da un atto della volontà.
E. Gilson, Elementi di filosofia cristiana, Morcelliana, Brescia 1964, pp. 367, 371.
Amore
- L’amore nel pensiero antico
Nel Simposio, Platone fa narrare a Fedro, uno dei convitati, queste opinioni dei primi poeti greci su Eros, Amore, (opinioni che, comunque, Platone non condivide):
Eros è un dio grande e meraviglioso, e fra gli uomini e fra gli dei, per molte differenti ragioni, e, non per ultima, per la sua nascita.
Infatti, egli ha il merito di essere antichissimo fra gli dei. Ed eccone la prova: genitori di Eros non ci sono e non vengono menzionati da nessuno, né pensatore né poeta.
Anzi, Esiodo dice che per primo si generò Caos e poi / Gaia dall’ampio seno, di tutte le cose sede sicura, ed Eros.
E nell’affermare che, dopo Caos, si generano anche questi due: Gaia ed Eros, è d’accordo con Esiodo anche Acusilao.
Parmenide, poi, ne indica la generazione così: primo assoluto degli dei tutti la dea pensò Eros.
Platone, Simposio, 211 B, Rusconi, Milano 19973, p. 77.
Secondo Aristotele, Parmenide attribuisce al divenire diverse cause: la prima di queste è Amore (Erota):
Divinità che tutto governa: dovunque, infatti, essa presiede al doloroso parto e alla congiunzione, spingendo la femmina ad unirsi col maschio, e, all’inverso di nuovo, il maschio con la femmina.
Parmenide, Sulla Natura, Rusconi, Milano 1998, p. 59.
Ma che muove anche la luna, come ci ricorda Popper citando il Sulla Natura:
Personalmente sono debitore a Parmenide di avermi donato l’infinito piacere di conoscere una Selene che brama ardentemente Elio:
Brillante nella notte,
per il dono della sua luce
si aggira intorno alla Terra.
Rivolgendo sempre il suo sguardo fisso
Verso i raggi di Elio.
J.K. Popper, Il mondo di Parmenide, Piemme, Asti 1998, p. 135.
Parmenide è il primo nell’attribuire all’Amore la funzione di muovere l’universo.
Aristotele lo seguirà, e attribuirà all’amore per la perfezione divina il primo moto dell’universo, quello del primo mobile, cioè il cielo delle stelle fisse:
C’è qualcosa che sempre si muove di moto continuo. Pertanto ci deve essere qualcosa che muove.
E poiché ciò che è mosso e muove è un termine intermedio, deve esserci, per conseguenza, qualcosa che muova senza essere mosso.
E in questo modo muovono l’oggetto primo del desiderio e l’oggetto primo dell’intelligenza: muovono senza essere mossi…
Dunque, il primo motore [Dio] muove come ciò che è amato, mentre tutte le altre cose muovono essendo mosse.
Aristotele, Metafisica, XII, 7, Rusconi, Milano 1998, p. 563.
Platone aveva visto nell’Amore la via privilegiata per l’accesso alla contemplazione di Dio, che egli identifica nel Bello e nel Buono in sè.
Chi sia stato educato fino a questo punto rispetto alle cose d’amore, contemplando una dopo l’altra e nel modo giusto le cose belle, costui, pervenendo ormai al termine delle cose d’amore, scorgerà immediatamente qualcosa di bello, per sua natura meraviglioso, proprio quello, o Socrate, a motivo del quale sono state sostenute tutte le fatiche: in primo luogo, qualcosa che sempre è, e che non nasce né perisce, non cresce né diminuisce, e inoltre non è da un lato bello e dall’altro brutto, né talora bello e talora no, né bello in relazione a una cosa e brutto in relazione a un’altra, né bello in una parte e brutto in un’altra parte, né bello per alcuni e brutto per altri. E neppure il bello si mostrerà a lui come un volto, o come delle mani, né come alcun’altra delle cose di cui il corpo partecipa; né si mostrerà come un discorso e come una scienza, né come qualcosa che è in qualcos’altro, ad esempio in un essere vivente, oppure in terra o in cielo, o in qualcos’altro, ma si manifesterà in se stesso, per se stesso, con se stesso, come forma unica che sempre è.
Platone, Simposio, 211 C, Rusconi, Milano 19973, pp. 203-205.
Questa funzione dell’Amore è quella che poi sempre si chiamerà amore platonico, con molti equivoci sul significato del termine, confuso con amore solamente spirituale.
- L’amore come parte costitutiva dell’Essere
Dopo Platone fu il pensiero cristiano che innalzò l’Amore ad un livello mai pensato da alcuno fino ad allora. L’importanza dell’Amore nel cristianesimo si fonda, anzitutto sulle parole stesse del Cristo:
Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso.
Matteo, XXI-37.
…amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori…Infatti, se amate coloro che vi amano, quale merito ne avete?
Matteo, V-46.
Ma l’interpretazione dei Padri della Chiesa stravolgerà ogni precedente concezione: nella teologia cristiana l’amore non è affezione, sentimento, accidente: è parte costitutiva dell’essere, è Dio stesso, è lo Spirito Santo, Terza Persona della Trinità.
L’Amore è quindi una delle Persone divine: Deus est Caritas.
Quoniam autem idem amor singulus est summa essentia sicut pater et filius, et tamen simul pater et filius et utriusque amor non plures sed una summa essentia..
(Poiché l’Amore, come singolo, è somma Essenza come il Padre ed il Figlio e, tuttavia, presi insieme il Padre, il Figlio e l’Amore fra di loro non sono molte, ma una sola somma Essenza…)
Anselmo, Monologion, LVII, Rusconi, Milano 1995, p. 185.
Parte costitutiva di Dio significa parte costitutiva dell’Essere, cioè di ogni cosa esistente ed in particolar modo degli spiriti umani.
Questo significa che noi siamo fatti di Ragione e di Amore, e questi sono i materiali che ci costituiscono.
Questo ha anche un grande significato Etico: Ragione ed Amore sono la nostra Essenza, ed agire secondo Ragione ed Amore significa realizzare pienamente l’essenza umana.
Et quae illa mandata sunt? Hoc est, inquit, mandatum illius, ut credamus nomini Filii eius Iesu Christi, et diligamus invicem…Nonne manifestum est quia hoc agit Spiritus sanctus in homine, ut sit in illo dilectio et caritas? Nonne manifestum est quod ait apostolus Paulus: Caritas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum sanctum qui datus est nobis? De caritate enim loquebatur, et dicebat quia in conspectu Dei debemus interrogare cor nostrum. Quod si non male senserit cor nostrum: id est, si confiteatur quia de dilectione fratris fit, quidquid fit in bono opere. Accessit etiam quod de mandato cum diceret, hoc ait: Hoc est mandatum eius, ut credamus nomini Filii eius Iesu Christi, et diligamus invicem. Et qui facit mandatum eius, in ipso manet, et ipse in eo. In hoc cognoscimus quia manet in nobis de Spiritu quem dedit nobis. Si enim inveneris te habere caritatem, habes Spiritum Dei ad intellegendum: valde enim necessaria res est.
(Quali sono poi quei comandamenti? Egli dice: Questo è il suo comandamento, che crediamo nel nome del suo Figlio Gesù Cristo e ci amiamo l’un l’altro… Non è cosa manifesta che lo Spirito Santo agisce nell’uomo in modo tale che in lui sia l’amore e la carità? Non è cosa manifesta ciò che dice l’apostolo Paolo: L’amore di Dio è diffuso nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo, che fu dato a noi? Egli parlava della carità e diceva che dobbiamo interrogare il nostro cuore davanti al Signore. Che se il nostro cuore non ci rimprovera; cioè, se ci testimonia che l’amore fraterno è la sorgente di ogni nostra opera buona. Quando parla del comandamento egli aggiunge: Questo è il suo comandamento: che crediamo al nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo a vicenda. E chiunque adempia al suo comandamento rimane in Dio e Dio in lui. Con ciò noi conosciamo che in noi egli dimora, per mezzo dello Spirito che ci ha dato. Se infatti troverai di possedere la carità, tu hai lo Spirito di Dio che ti aiuta a comprendere: ed è questa una cosa assolutamente necessaria.)
Aurelio Agostino, In epistolam Joannis ad parthos, VI, 9.
Quando poi il nostro amore concorda con l’Amore divino, si ha la pienezza della realizzazione etica, rappresentata nei versi danteschi:
…ma già volgeva il mio disio e ‘l velle
sì come rota ch’igualmente è mossa
l’Amor che move il sole e l’altre stelle.
Dante, Paradiso, XXXIII, 142-145.
- Pari dignità tra uomo e donna.
La pari dignità di uomo e donna, nella diversità dei ruoli, diviene obligatoria per i cristiani, oltre che per il versetto 27 della Genesi, per il contenuto stesso del Vangelo.
Numerosi sono i passi evangelici dove direttamente Gesù si rivolge a donne, o ne parla, con atteggiamento assolutamente diverso da quello tradizionale: la mancata lapidazione dell’adultera, il perdono della peccatrice, Marta e Maria, la proibizione del ripudio della donna.
Adducunt autem scribae et Pharisaei mulierem in adulterio deprehensam et statuerunt eam in medio; et dixerunt ei: “Magister, haec mulier modo deprehensa est in adulterio. In lege autem Moses mandavit nobis huiusmodi lapidare; tu ergo quid dicis?” Haec autem dicebant temptantes eum ut possent accusare eum. Iesus autem inclinans se deorsum digito scribebat in terra. Cum autem perseverarent interrogantes eum, erexit se et dixit eis: “Qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat.” Et iterum se inclinans scribebat in terra. Audientes autem unus post unum exiebant, incipientes a senioribus, et remansit solus, et mulier in medio stans. Erigens autem se Iesus dixit ei: “Mulier, ubi sunt? Nemo te condemnavit? Quae dixit: “Nemo, Domine.” Dixit autem Iesus: “Nec ego te condemnabo. Vade et amplius iam noli peccare.” da www.thelatinlibrary.com
(Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio.
Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”.
Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”.
E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?».Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più»).
Giovanni, 8, 3-11.
Cum autem irent, ipse intravit in quoddam castellum, et mulier quaedam Martha nomine excepit illum. Et huic erat soror nomine Maria, quae etiam sedens secus pedes Domini audiebat verbum illius. Martha autem satagebat circa frequens ministerium; quae stetit et ait: “Domine, non est tibi curae quod soror mea reliquit me solam ministrare? Dic ergo illi, ut me adiuvet”. Et respondens dixit illi Dominus: “Martha, Martha, sollicita es et turbaris erga plurima, porro unum est necessarium; Maria enim optimam partem elegit, quae non auferetur ab ea”.
(Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta).
Luca, 10, 38-42.
Et accedentes Pharisaei interrogabant eum, si licet viro uxorem dimittere, temptantes eum. At ille respondens dixit eis: “Quid vobis praecepit Moses?” Qui dixerunt: “Moses permisit libellum repudii scribere et dimittere.” Quibus respondens Iesus ait: “Ad duritiam cordis vestri scripsit vobis praeceptum istud. Ab initio autem creaturae, masculum et feminam, fecit eos Deus. Propter hoc relinquet homo patrem suum et matrem et adhaerebit ad uxorem suam, et erunt duo in carne una; itaque iam non sunt duo sed una caro. Quod ergo Deus iunxit, homo non separet.” Et in domo iterum discipuli eius de eodem interrogaverunt eum. Et dicit illis: “Quicumque dimiserit uxorem suam et aliam duxerit, adulterium committit super eam; et si uxor dimiserit virum suum et alii nupserit, moechatur.”
(E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?». Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».)
Marco, 10, 2-12.
Et sedens Iesus contra gazofilacium aspiciebat quomodo turba iactaret aes in gazofilacium; et multi divites iactabant multa. Cum venisset autem una vidua pauper, misit duo minuta, quod est quadrans. Et convocans discipulos suos, ait illis: “Amen dico vobis quoniam vidua haec pauper plus omnibus misit qui miserunt in gazofilacium. Omnes enim ex eo quod abundabat illis miserunt; haec vero de penuria sua omnia quae habuit misit, totum victum suum.”
(E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»).
Marco, 12, 41-44.
Rogabat autem illum quidam de Pharisaeis ut manducaret cum illo et ingressus domum Pharisaei discubuit; et ecce mulier quae erat in civitate peccatrix ut cognovit quod accubuit in domo Pharisaei, adtulit alabastrum unguenti et stans retro secus pedes eius lacrimis coepit rigare pedes eius et capillis capitis sui tergebat et osculabatur pedes eius et unguento unguebat. Videns autem Pharisaeus qui vocaverat eum ait intra se dicens “hic si esset propheta sciret utique quae et qualis mulier quae tangit eum quia peccatrix est”.
Et respondens Iesus dixit ad illum “Simon habeo tibi aliquid dicere” at ille ait magister “dic”. “Duo debitores erant cuidam feneratori unus debebat denarios quingentos alius quinquaginta non habentibus illis unde redderent donavit utrisque quis ergo eum plus diliget?” Respondens Simon dixit aestimo quia is cui plus donavit; at ille dixit ei “Recte iudicasti” Et conversus ad mulierem dixit “Simoni vides hanc mulierem intravi in domum tuam aquam pedibus meis non dedisti haec autem lacrimis rigavit pedes meos et capillis suis tersit osculum mihi non dedisti haec autem ex quo intravit non cessavit osculari pedes meo soleo caput meum non unxisti haec autem unguento unxit pedes meos
propter quod dico tibi remittentur ei peccata multa quoniam dilexit multum cui autem minus dimittitur minus diligit dixit autem ad illam remittuntur tibi peccata”
Et coeperunt qui simul accumbebant dicere intra se quis est hic qui etiam peccata dimittit
dixit autem ad mulierem “fides tua te salvam fecit, vade in pace”.
(Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure». «Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».)
Luca, 7, 36-50.
Et factum est deinceps et ipse iter faciebat per civitatem et castellum praedicans et evangelizans regnum Dei. Et duodecim cum illo et mulieres aliquae quae erant curatae ab spiritibus malignis et infirmitatibus: Maria quae vocatur Magdalene de qua daemonia septem exierant et Iohanna uxor Chuza procuratoris Herodis et Susanna et aliae multae quae ministrabant eis de facultatibus suis.
(In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni).
Luca, 8, 1-3.
Mi sembra evidente che la lettura di queste pagine, dove ho voluto privilegiare il bel latino della Vulgata, ci mostra un nutrito pubblico femminile, trattato assolutamente alla pari degli uomini che circondavano Gesù, pur nel tacito rispetto dei ruoli che tradizionalmente si assegnavano ai due sessi: ma la differenza del ruolo non comporta differenza nei confronti della parola divina.
Simile riconoscimento della parità tra uomo e donna troviamo in queste pagine di S.Agostino:
Propter fornicationes autem unusquisque uxorem suam habeat, et unaquaeque suum virum habeat. Uxori vir debitum reddat, similiter autem et uxor viro. Uxor non habet potestatem corporis sui, sed vir; similiter et vir non habet potestatem corporis sui, sed mulier.
Aurelio Agostino, De coniugiis adulterinis, I, 2.
Ad fidem autem castitatis illud pertinet: Uxor non habet potestatem corporis sui, sed vir; similiter et vir non habet potestatem corporis sui, sed mulier. Ad sacramenti sanctitatem illud: Uxorem a viro non discedere; quodsi discesserit, manere innuptam aut viro suo reconciliari, et vir uxorem non dimittat.
(Riguarda invece l’osservanza della castità la frase: Non è la moglie che ha potestà sul proprio corpo, ma il marito; e ugualmente non è il marito che ha potestà sul proprio corpo, ma la moglie. E per la santità del sacramento dice: La donna non si separi dal marito; ma se si separa, non si risposi o si riconcili con lui; e l’uomo non ripudi la moglie.)
Aurelio Agostino, De bono coniugali 24, (32).
Il matrimonio monogamico ed il divieto di ripudio sono i primi due precetti assolutamente in favore della donna, introdotti in modo chiarissimo dal cristianesimo.
La pari dignità, riconosciuta dal cristianesimo ai due sessi, non fu mai, grazie a Dio, negazione della differenza o confusione dei ruoli: confusione che è invece tutta nella posizione laica di oggigiorno, che si spinge a sostenere che il proprio sesso dovrà essere stabilito dall’individuo al raggiungimento della maggiore età!
Anzi, in nome della non discriminazione, mi aspetto che la prossima legge libertaria imponga a chiunque la soddisfazione dei desideri sessuali a lui richiesti da parte di chicchessia! (Una legge simile era prevista, scherzosamente, da Platone nella Repubblica, a favore di coloro che si erano distinti in battaglia.)
Non voglio trattenermi oltre sull’argomento, che ha già assorbito troppe pagine, per quel che le donne meritino, ma voglio concludere che il culto Mariano, che attribuisce ad una donna quello che a nessun uomo verrà mai concesso, è il suggello che il cristianesimo pone alla grandezza del ruolo della donna nel disegno divino:
Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’ etterno consiglio,
tu se’ colei che l’ umana natura
nobilitasti sì, che ‘ l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura..
Dante, Paradiso, XXXIII, 1-6.
- Separazione tra Stato e Chiesa
Rendete dunque a Cesare quel ch’è di Cesare, e a Dio quel ch’è di Dio.
Matteo, XXII, 21.
Questa famosissima frase di Gesù ha sempre informato il pensiero cristiano sui rapporti tra religione e stato. Io aggiungo che è soprattutto l’assenza nei Vangeli e nel Nuovo Testamento di precetti sulla legislazione civile, che fa del Cristianesimo la religione laica per eccellenza, che si concilia con qualsiasi forma di governo, purché rispettoso dei diritti della Persona.
Nel pensiero cristiano furono comunque sostanzialmente due le posizioni relative al potere civile: quella di S.Agostino e quella di S.Tommaso (e di Dante).
S.Agostino reputa il potere civile (civitas hominum) inguaribilmente malato, e quindi da considerarsi con distacco e malfidenza dal cristiano, che si sente cittadino della civitas Dei, cioè di una cittadinanza spiritiuale che trascende e travalica i poteri statali.
Fecerunt itaque civitates duas amores duo, terrenam scilicet amor sui usque ad contemptum Dei, caelestem vero amor Dei usque ad contemptum sui.
(Due amori dunque diedero origine a due città, alla terrena l’amor di sé fino all’indifferenza per Iddio, alla celeste l’amore a Dio fino all’indifferenza per sé.)
Aurelio Agostino, De civitate Dei contra paganos – XIV, 28.
Questo però non implica alcuna ribellione verso lo Stato, formalmente rispettato e riconosciuto nella sua funzione unicamente civile.
Quid deinde censes temporalem iubere, nisi ut haec quae ad tempus nostra dici possunt, quando eis homines cupiditate inhaerent, eo iure possideant, quo pax et societas humana servetur, quanta in his rebus servari potest?
(E, secondo te, che cosa ordina la legge temporale se non che gli uomini posseggano, quando li richiedono per la soddisfazione del bisogno, quei beni che nel tempo si possono considerar propri, con una norma tale che siano garantiti il rapporto e la società umana, quanto è possibile in questo ordine di cose?)
Aurelio Agostino, De libero Arbitrio, I, 15.
La concezione Tomistica, riallacciandosi del resto alle idee di Platone e di Aristotele, ed ad una già lunga tradizione alto-medievale, reputa che la separazione tra stato e chiesa non esima lo stato dal suo dovere etico di realizzazione del Bene sulla terra: rendere Giustizia, mantenere la Pace, elevare l’Umanità allo Spirito, risolvendo problemi della carne, sono i compiti dello Stato, che esso svolge non in contrapposizione o nell’indifferenza, ma in pieno accordo con la funzione della Chiesa, che invece si occupa di materia unicamente religiosa.
Vediamo di seguito alcune citazioni di Platone e di Aristotele sull’argomento:
Qualsiasi cosa facciano i governanti avveduti, non commettono errori, finchè conservano una sola, importante regola: diffondere sempre tra i cittadini l’assoluta giustizia…
Platone, Politico, 297 B, Rusconi, Milano 1996, p. 191.
…mai sia eletto custode delle leggi chi non ha una natura divina e non si è affaticato nello studio delle cose divine…
Platone, Leggi, XII, 966 c-d, da Opere complete, vol. VII, Laterza, Bari 1971, p. 422.
…è difficile avere fin dalla giovinezza una retta guida alla virtù, se non si viene allevati sotto buone leggi…
Aristotele, Etica Nicomachea, X, 9, 1180a, Rusconi, Milano 984, p. 403.
E finiamo con una citazione di Hegel, che rappresenta bene il pensiero tradizionale europeo:
…lo Stato è lo sviluppo e la realizzazione dell’Eticità, ma la sostanzialità della stessa Eticità e dello Stato è la Religione. G.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 552, Rusconi, Milano 1996, p. 881.
- Il pensiero laico su Stato ed Eticità
Su questo preciso punto il pensiero laico offre uno spettacolo miserando di brancolamento penoso tra tesi illogiche e contraddittorie: dalla affermazione che lo Stato non deve occuparsi di questioni etiche (e già questa è una affermazione etica), senza pensare che senza Etica non possono esistere, ad es., leggi in protezione del più debole, ma neppure leggi contro omicidio o furto o comunque leggi in genere, fino alla affermazione che debbono essere difesi i principi etici della maggioranza (ultima trovata), in sprezzo ai principi più sacri del liberalesimo; giunti al potere, eccoli emanare leggi in protezione delle orecchie dei cani, o proibire polenta ed uccelli, o negare il diritto di opinone a chi ne ha una diversa dalla loro: in parole povere, secondo i laici lo Stato non deve difendere ed imporre altra Etica, se non la loro.
- Effetti dei valori cristiani sullo sviluppo dell’Occidente
La convinzione della Sacralità della Persona sta alla base dell’intera nostra civiltà; la fede nell’esistenza di diritti naturali inalienabili dell’Uomo come tale, che non gli vengono concessi da alcuno e che da alcuno gli possono essere tolti è il fondamento non della sola democrazia, che è in realtà solamente una tecnica di assegnazione delle responsabilità di governo, ma del giudizio discriminante sulla bontà o malvagità di qualsiasi forma di potere: la democrazia esiste da solo pochi decenni, ma gli stati occidentali esistevano anche prima, ed anche prima era possibile proferire giudizi etici su di essi, basati sul rispetto della Persona umana.
La convinzione che la libertà umana consistesse nell’effettiva possiblità di cambiare le cose, contro ogni determinismo o fatalismo, propri invece delle culture orientali, spinse sempre gli Europei in ogni loro impresa, portandoli in ogni angolo del mondo.
La presunzione che la Ragione può capire il mondo, è alla base della Scienza e della Tecnica, sviluppatesi soprattutto in occidente, grazie proprio a queste basi teoriche.
Quella che la Ragione può distinguere il Bene dal Male sta alla base della nostra Eticità, ma anche della nostra Politica, mai succuba dell’arbitrio dei potenti, soggetti anche loro al giudizio della Ragione dei loro sudditi o cittadini.