Es waren schöne, glänzende Zeiten, wo Europa ein christlisches Land war, wo Eine Christenheit diesen menschlich gestalten Welttheil bewohnte; Ein grosses gemeinschaftliches Interesse verband die entlegesten Provinzen dieses weiten geistlichen Reichs.
(Erano tempi belli, spendenti quando l’Europa era un paese cristiano; quando un’unica Cristianità abitava questa parte del mondo plasmata in modo umano; un unico grande interesse comune univa le più lontane provincie di questo ampio regno spirituale.)
Novalis, Cristianità o Europa (Die Christenheit oder Europa), Rusconi, Milano 1995, p. 70-71.
Queste righe cariche di nostalgia, scritte all’inizio dell’ottocento dal grande scrittore e poeta tedesco Novalis, ricordano un mondo assolutamente diverso da quello nel quale siamo abituati a vivere. I più diranno che si tratta di un mondo vecchio, superato, anche un poco incivile: i nuovi tempi, grondanti di sole dell’avvenire, non hanno nulla da rimpiangere.
Ma è stato in quei tempi, non nei nostri, che l’Europa è divenuta la guida del mondo, che ha conquistato quel primato che oggi ha già perduto, e i cui ricordi cerca di mantenere con le battaglie ecologiche e con i matrimoni promiscui (oggi è solo una questione di combinazioni di sessi ancora umani, ma presto anche i diritti degli animali daranno liete sorprese in campo nuziale: anche Pasifae potrà soddisfare legalmente i suoi pruriti, e senza scomodare falegnami, quando già anche l’esaltazione dei matrimoni di gruppo avrà stancato le ruote della stampa laicista).
I due soli e la grande rapina
I tempi ricordati da Novalis erano quelli in cui la società si reggeva non su una, ma su due gambe: quella secolare (civile e laica) e quella spirituale (religiosa).
Vi erano due organizzazioni parallele su cui si basava la società, ognuna delle quali aveva compiti precisi e specifici, e che avevano poteri ed autonomia tali da renderle sovrane nel loro campo: Stato e Chiesa.
Poi, una di queste due branchie, quella che deteneva la forza bruta, avendo dissipato ogni suo avere in guerre di conquista di ogni tipo, decideva di impadronirsi delle ricchezze dell’altra, riuscendovi grazie alla prepotenza delle armi possedute.
Così, gli stati europei, dopo secoli di guerre per gli interessi continentali, ma soprattutto coloniali, che avevano portato alla rovina economica Spagna, Olanda e Francia (l’Italia era già fuori dal giro) e favorito solo l’Inghilterra, decidevano di confiscare le ricchezze della Chiesa e soprattutto quelle dei conventi, ricchezze fino ad allora utilizzate sia per opere di misericordia, sia per incrementare il patrimonio artistico dei vari paesi, sia per permettere ad ogni uomo o donna di scegliere e condurre un modo di vita del tutto diverso: quello contemplativo.
Naturalmente, il vincitore ha poi ammantato col velo della giustizia sociale, nazionale e laica quella che fu solo una squallida rapina: e la forza delle armi e quella della galera gli permise di prevalere anche sul piano della propaganda.
Fu così che per tutto il settecento ed ottocento gli stati, prima monarchici assolutisti, poi monarchici costituzionali, poi repubblicani, ma tutti e sempre assetati di soldi, procedettero alla confisca dei beni dei conventi ed alla chiusura di migliaia di comunità religiose.
Ancora oggi, in Italia, il 20 settembre festeggiamo l’invasione armata, condotta da uno stato militarista, dello Stato della Chiesa: stato millenario che aveva reso grande Roma, se non altro con quelle mirabili opere d’arte che milioni di turisti visitano ogni anno, mentre il successore ci ha dato prima le guerre coloniali, due guerre mondiali, il fascismo e la corruzione partitocatica: ma Saddam Hussein, quando invadeva il Kuwait, aveva giustificazioni migliori di quelle accampate dal Piemonte, che non aveva nessun diritto storico sul resto d’Italia, mentre l’unificazione è una giustificazione che qualsiasi parte vincitrice avrebbe potuto far propria (compreso i Borboni di Napoli o il ducato di Parma e Piacenza, se ne avessero avuta la forza!).
La sparizione dell’ala contemplativa della società
Fino ad allora, ogni uomo o donna aveva avuto la possibilità di cambiare radicalmente il suo modo di vivere, e dedicarsi alla vita contemplativa, ritirandosi in un convento: questa strada era aperta a tutti, poveri e ricchi.
La vita contemplativa poteva consistere nell’umile lavoro dei campi, nelle ricerche di nuove tecniche agricole o di conservazione dei cibi, nell’uso di erbe medicinali per la cura di malattie o per la conservazione della salute, nell’opera preziosissima dei copisti e miniaturisti, nello studio e composizione di nuovi libri, nella coltivazione dell’arte musicale: il tutto intervallato da lunghe ore di meditazione e preghiera, sempre libero da considerazioni di interesse personale, in ambiente intriso di spiritualità.
Ognuna di queste attività ha conosciuto, nella pace del convento, vette irraggiungibili: tesori di maestria e di conoscenza sono stati donati all’umanità da monaci pazienti e sconosciuti.
Incunaboli, codici miniati, musiche corali e strumentali, quadri: in ogni arte ed artigianato il contributo è stato formidabile e decisivo.
La stessa vita di comunità era portatrice di conoscenza e di accresciuta potenzialità intellettuale: lo scambio di opinioni, di idee, di esperienze moltiplica le capacità e la velocità di raggiungimento dei risultati.
Le ricchezze possedute da conventi ed abbazie, venivano non da rapine forzose come quelle perpetrate dagli apparati fiscali degli stati, ma dalle donazioni volontarie di chi lo desiderava, e vedeva il buon uso che delle sue od altrui donazioni veniva fatto (e non vale la derisione con la quale il laicume tratta questo aspetto, ironizzando sulla dabbenaggine dei donatori ingannati; provino loro a costruire qualche cosa senza portarlo via a qualcun altro contro la sua volontà, aizzandogli contro l’invidia della canaglia.)
La presenza, all’interno della società, di una nutrita parte di persone dedite alla contemplazione, di varia natura, rendeva la società europea capace di sviluppare di continuo idee, meditazioni, visioni che la resero ricca di spirito e di valori innovativi e perenni.
Confrontate quella società con quella odierna, e provate a pensare quale è il livello della cultura di massa di oggi: il contadino medioevale possedeva una cultura spirituale ed artistica enormemente superiore a quella di un normale impiegato della società dei consumi: e le relative realizzazioni ne stanno a comprova.
Una comunità di persone dedite alla ricerca ed allo studio, alla disciplina interiore ed esteriore, alla conoscenza ed alla creazione porta inevitabilmente beneficio alla società tutta, che si arricchisce dei tesori messi alla luce da tanti cercatori.
Anche le attività più semplici od addirittura umili, sono fonte di arricchimento spirituale per l’intera umanità. Grammatici e copisti dei conventi medievali hanno fatto la nostra civiltà; speziali e distillatori, studiosi delle tecniche agrarie e della conservazione sono alla base dello sviluppo economico dell’Europa: e tutto questo avveniva nei conventi.
Nietzsche, con una comprensione incredibilmente nitida, nella sua perversione, della psicologia umana, dice, ne’ il Crepuscolo degli idoli:
Credo che non ci sbarazzeremo di Dio, perché crediamo ancora nella grammatica…
Citazione tratta da: H. Küng, Dio esiste?, Mondadori, Milano 19804, p. 513.
Per il lucidamente folle filosofo tedesco, anche una disciplina così semplice e banale è in grado di rivelare all’uomo la suprema disciplina che regola l’universo: e l’accettazione di un ordine nella disposizione di suoni e parole è rivelatrice e propedeutica al riconoscimento di un ordine superiore che informa lo Spirito.
Auspicio per un ritorno alla spiritualità
Sarebbe utilissimo, se non indispensabile per poter uscire dal culo di sacco in cui si è ficcata la società contemporanea, prigioniera del suo edonismo e delle contraddizioni in cui la mette il suo materialismo, il ritorno a forme di contemplazione, anche assolutamente laiche, che permettessero uscite periodiche dalla banalità quotidiana della rincorsa al denaro od al successo, rincorsa che si rivela una corsa infinita intorno, e non verso, una meta.
Penso a vita comunitaria od eremitica, organizzata in forme accessibili a tutti, per periodi più o meno lunghi, difesa socialmente da leggi che ne permettessero l’accesso a chiunque, con possibilià di ritorno alla normale vita produttiva. L’aspetto religioso, pur fondamentale, non sarebbe essenziale: essenziale è il distacco dal materialismo e dall’edonismo, il rientro in una vita comunitaria o solitaria tesa allo sviluppo delle facoltà spirituali, l’abbandono, almeno momentaneo, della tirannia dell’interesse economico.
Ecco come Chateaubriand descrive questo bisogno che può interessare tutti noi:
Abbiamo tutti, in fondo al cuore, mille ragioni per aspirare alla solitudine: alcuni vi sono spinti da una mentalità incline alla contemplazione; altri da un certo pudore istintivo, per cui amano vivere entro se stessi; e vi sono, infine, anime elette, che cercano invano intorno a sé le anime gemelle cui soltanto potrebbero unirsi, e sembrano così condannate ad una specie di verginità morale o di eterna vedovanza.
F.R. de Chateaubriand, Genio del Cristianesimo, IV, III, III, vol. II, UTET, Torino 1949, p. 184.
In questo ambiente potrebbe trovar posto il rifiorire del pensiero, dei valori, delle arti, della civiltà umanistica.
Riporto qui una citazione di De Quincey, che si riferisce alla crisi della società provocata dallo sviluppo tecnico, così come egli la vedeva:
Già, vuoi per il succedersi negli ultimi cinquant’anni di possenti rivoluzioni nei reami della terra, vuoi per il continuo sviluppo di grandi forze fisiche…lo sguardo dell’osservatore più calmo è turbato; il cervello è ossessionato, quasi per una qualche gelosia di esseri spettrali che si movessero in mezzo a noi; e appare fin troppo evidente che, se non si possa rallentare questo gigantesco ritmo del progresso (cosa che non è da attendere) o non si possa contrapporvi (cosa fortunatamente più probabile) altre forze di uguale potenza – forze in direzione della religione o della profonda filosofia e che irradino in senso centrifugo contro questo turbine di vita così pericolosamente centripeto verso il vortice di ciò che è esclusivamente materiale – un tumulto così caotico abbandonato a se stesso tenderebbe naturalmente al male; per alcune menti alla follia; per altre ad una reazione di flaccido torpore carnale.
T.de Quincey, Confessioni di un oppiomane, Suspiria de profundis, Garzanti, Milano 1952, p. 113-114.
E chiudo ancora con Novalis, che, con una visione terribilmente profetica, vede solo nel ritorno ad una spiritualità religiosa, la possibilità di salvezza dell’Europa:
Chissà se la guerra cesserà, certo non smetterà mai se non si afferrerà il ramo di palma che solo un potere spirituale può porgere. Scorrerà sangue sull’Europa fino a quando le nazioni diverranno consapevoli del loro spaventoso delirio che le fa girare in tondo, e, raggiunte e ammansite da una musica sacra, in una variopinta mescolanza, si avvicineranno a quelli che erano una volta gli altari, compiranno opere di pace e verrà celebrato con calde lacrime, sui fumanti campi di battaglia, un grande banchetto d’amore come festa di riconciliazione. Solo la religione può risvegliare l’Europa e dar sicurezza ai popoli e insediare la Cristianità, visibile sulla terra, con nuova magnificenza nel suo ufficio di operatrice di pace…
Wo ist jener alte, liebe, alleinseligmachende Glaube an die Regierung Gottes…
Dove è quella cara fede antica nel governo di Dio sulla terra, quella fede che sola rende gli uomini beati?
Novalis, Cristianità o Europa (Die Christenheit oder Europa), Rusconi, Milano 1995, pp. 123, 125.